eyre2La vita di un giovane intelligente e sensibile vale più di una presunta dignità religiosa.

 

Fiona Maye è un giudice di responsabilità ma anche di cuore, a dispetto della sua indole fredda, riservata e granitica. Le decisioni sono il suo mestiere. Non deroga. Lo esercita anche in famiglia. È un bunker inattaccabile perfino da quel marito che dopo molti anni di matrimonio ha “perso” la moglie, ritrovandola come una semplice convivente. Chiede di riavere la donna che ha sposato ma si accorge che forse è morta per sempre con il progredire dei suoi incarichi. La cause pendenti in tribunale, in sostanza, valgono più di una coppia che non si è data una prole. Finché… Un giorno sul suo tavolo in tribunale piove un procedimento pesantissimo. Un giovane, malato di leucemia, si sottrae alle trasfusioni, obbedendo ai dettami dei Testimoni di Geova ai quali appartiene. E Fiona si accorge di non essere in grado di pronunciare una sentenza sulla base esclusiva dei documenti. “Le bastava un timbro – le dirà quel ragazzo – invece si è sentita di venirmi a trovare”. Una volta tanto la giustizia soccorre e aiuta. Non piega. Non distrugge. Obbliga alla vita. Rifiuta la morte. Adam viene trasfuso e ciò gli restituirà anni di vita. Ma l’incontro fra i due protagonisti, al chiuso di una camera di ospedale è molto più di una chiacchierata che apre gli occhi del magistrato su un giovane da risparmiare ai pregiudizi e alle superstizioni. Adam e Fiona cambieranno profondamente e in modo diverso. Scopriranno profili completamente nuovi ai quali il destino opporrà crudelmente il sapore acerbo della sconfitta. Perché si può perdere a sessant’anni come a venti. E il dolore è sorprendentemente lo stesso.

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Il verdetto di Richard Eyre è un caso esemplare. Un gioiello da custodire gelosamente nella cassaforte del cuore. Fiona (Emma Thompson, premio Oscar per Casa Howard) e Adam (Fionn Whitehead già nel cast di Dunkirk), entrambi britannici in un film profondamente british del regista inglese, restituiscono voce a uno dei mille casi che sommergono le scrivanie dei tribunali. Uno di questi è diventato un libro – La ballata di Adam Henry – che la penna di Ian McEwan ha tradotto nel romanzo cui si è ispirato Eyre. Una storia vera, insomma. Uno sconosciuto, diventato celebre, suo malgrado. O forse meglio, rimasto nel generale anonimato, ma paradigma ed esempio dei mille casi come il suo che mettono di fronte la giustizia e la sanità. I sentimenti e i codici. La devozione e la superstizione. Serve poesia e musica per raccontare una vicenda che schiuma dolore a ogni pagina ma la cinematografia d’Albione – chi la frequenta lo sa – non lascia commuovere. Non si concede al pianto come quella francese. E Il verdetto non si sottrae a questa regola non scritta. Ma Eyre non dimentica che Yeats, una chitarra e un pianoforte possono essere un dialogo più eloquente di infinite parole. Per questo le riprese ne sono scabre. Ridotte all’essenziale. E la seduzione dell’immaginazione accompagna sequenze che portano la lacrima all’ultimo confine oculare per poi farla rientrare. Una sorta di pena aggiuntiva della sofferenza imposta a chi osserva. L’incapacità dello sfogo che accomuna il pubblico con quel giudice dall’animo inscalfibile. Fino all’esplosione finale che consente al personaggio di liberarsi dall’angoscia vivendo il rimpianto.

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Liberazione proibita invece al pubblico, chiamato a riflettere se la legge può regolamentare la fede. Se la mancanza di un figlio mai avuto può tradursi nel dono di trovarne uno tra le pieghe di un anonimo faldone in tribunale. “Le bastava un timbro per obbligare alle cure un minorenne. Invece mi ha cercato”. Corrispondenze dell’impossibile. La rigidità e il rigore di chi cresce all’ombra della giurisprudenza non ammettono postille che regalino un figlio a chi non lo ha avuto e una madre a chi la cerca. Non offrono nemmeno le risposte che soltanto il rapporto personale è capace di suggerire. Così la relazione fra Fiona e Adam diventa un percorso interrotto fra un ragazzo che cerca l’esperienza di una mamma “adottiva” e trova un’esecutrice scrupolosa della procedura civile. I casi giudiziari sono fascicoli. Una volta archiviatone uno con una sentenza, si ricomincia il cammino su strade opposte. Adam non ne vuole sapere. Cerca un incrocio e le si offre spontaneamente con la devozione di un cucciolo “che ha il sangue di un altro nelle vene”. Ma il tessuto dei comportamenti  dei protagonisti de Il verdetto è più articolato della contrapposizione Fiona-Adam. Tra la donna e il marito ci sono le divergenze coniugali. I fiori d’arancio visti da un’ottica opposta dove l’uomo interpreta sentimenti femminili (“Ti interessa solo la carriera”) e la moglie è la parte maschile della rampante e disinteressata devota al lavoro. Tra il magistrato e il paziente c’è invece un legame probabile che non riesce mai a trovare coronamento fino alla fine di tutte le fini. La ricomparsa del male. L’irreversibilità che lascia in eredità un’esperienza di consapevolezza. E il ritorno diventa impossibile. Chimera. Utopia. Disperazione. Rammarico inconsolabile di chi non fornisce risposte a chi le chiede. E silenzio. Il dramma tacito dell’ineluttabilità delle tragedie mai chiarite. Non a caso il dialogo finale tra la giudice e il marito (Stanley Tucci di Final portrait, unico italo americano di una squadra britannica) è il confronto fra il dolore e il pragmatismo. L’uomo è solo una sponda. Un approdo ormai inutile. Il giudice ha imparato a soffrire e nutrire sentimenti genuini. Piange sul pianoforte che è l’unico territorio riconosciuto dal suo cuore. Confine di un amore dai mille volti.

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