SO5Al confine tra Messico e Stati Uniti la guerra è continua e senza soste. Droga e disperati. La frontiera è un nulla che resiste in mezzo al deserto, dove le sentinelle sono elicotteri dal cielo che illuminano con fasci di luce l’umana transumanza verso una terra forse mai promessa, ma certamente ambita e sognata. Tra le pieghe dell’esodo si nasconde il misero e il delinquente. Il sognatore e l’illuso. Ma siccome a Stefano Sollima, al terzo film dopo AcabSuburra, poco interessa la poesia e molto il sangue, Soldado rappresenta la faccia della guerra nel perpetuo dramma dell’emigrazione. I respinti. Gli schiavi. Gli schiavisti. I militari. E naturalmente il volto nascosto dello Stato. Presenza e assenza in un’alternanza di voci forti e allo stesso tempo sussurrate. In fin dei conti, quello del “soldato” è un modo di essere più che una scelta di campo. Combatte il militare e il delinquente. L’uno, tutore di un ordine tutto da ri-stabilire. Il secondo, garante di un sottobosco da sfruttare, fatto di poveracci in cerca di pace e piccoli sicari nell’orrido apprendistato di una criminalità che sfrutta anche l’indigenza e la fame. Di leggi non ce ne sono, sorprendentemente, né per il primo né per il secondo. È guerra, appunto. E forse, tutto sommato, poco interessa contro chi la si combatta. L’importante è prevalere, in un retroterra dove a comandare sono le armi, la prepotenza e poco altro ancora.

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È un humus dell’ombra quello in cui si affronta questa interminabile battaglia in cui ognuno ha il proprio nemico da debellare. Il misterioso e impenetrabile Alejandro (Benicio Del Toro che ha alle spalle Perfect day e il biopic di Che Guevara su temi analoghi) ha una famiglia devastata dal cartello dei narcos e cerca un’improbabile vendetta, mentre tenta di far scoppiare una guerra senza quartiere che può far comodo all’agente federale Matt Graves (Josh Brolin, già a suo agio con l’eroismo in Fire squad e con la frontiera in Non è un paese per vecchi), uno che deve combattere in incognito perché lo Stato non vuole apparire. Un’umanità sottotraccia nascosta dietro identità fittizie insegue i propri drammi e Soldado ne è l’immagine speculare con le sue sequenze oscure. Gli scontri nelle tenebre. Le fughe nella notte. La luce che è sempre un’assenza e si fa materia solo quando sembra che qualche particolare debba finalmente emergere. Invece a venire a galla sono solo le storie personali, unite dal comune denominatore dell’angoscia. Trepidano i fuggitivi che si lasciano alle spalle una nazione in crisi per tentare fortuna negli States. Vivono nel buio i trafficanti di esseri umani e i sicari. Sopravvive in un alone di mistero il già sconfitto Alejandro rimasto solo al mondo con il suo passato di morte. Trema di paura la piccola Isabela, ostaggio di Alejandro che ricatta i trafficanti. Combattono tra le pieghe dell’indecifrabile perfino i militari governativi, ai quali troppo spesso la paura bussa alla porta.

SOLDADO

Soldado è un film che potrebbe non finire mai perché è una storia infinita. È una rincorsa cinematografica più che un racconto lineare di una vicenda compiuta. Non esiste un termine e perfino le sequenze finali lasciano aperta una resa di conti che sembrerebbe far rimanere in sospeso l’intera narrazione. Tuttavia a colpire l’attenzione e a porre l’ultima fatica di Sollima su un gradino di maggior prestigio, grazie a uno spessore che lo differenzia notevolmente da molti altri esempi affini, è la sua capacità di attualizzazione. Le dinamiche migratorie raccontate dal regista “espatriano” dal continente americano dove appaiono confinate. Divengono esodi che ricordano per molti versi quelli che affliggono l’Europa e le sue nazioni più esposte. Di confine, appunto. Sono molti i riferimenti e le allusioni all’espatrio di musulmani che si lasciano esplodere nei supermercati così come nel mezzo di un deserto notturno su un tappeto per la preghiera. Si riconosce la citazione dei boat people che, in questo caso attraversano un fiume, ma non possono non essere identificati come simbologia di ben altri trasmigratori sulle carrette del mare. Il racket che si mimetizza dietro il volto buono di benefattori, grazie ai quali è permesso l’approdo in un altro mondo, è lo stesso di chi manda gli emigranti all’altro mondo. L’unica assenza certificata è quella dell’insofferenza, un sentimento totalmente estraneo al film di Sollima, che invece rappresenta una costante della cronaca. Il Soldado che combatte ai confini tra Messico e Stati Uniti ha il volto di tanti “soldados” che ogni lingua può definire in modo diverso, ma costituiscono i mille volti e fisionomie di una medesima emergenza. Non solo fiction, insomma, ma richiami e riferimenti concreti a una fase sociale attraversata ad ogni latitudine. Dedicato a chi guarda la luna e non il dito che la indica, leggendovi significati tutt’altro che criptati.

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