diso4Sono cresciuta in questa comunità e non ho mai avuto la possibilità di scegliere. Vorrei che mio figlio fosse libero.
Le mille sfaccettature di un amore nato con le vesti dell’amicizia. Ronit ed Esti erano ragazze della comunità ebraica. Questo non impedì loro di stringere un legame forte. Profondo. Intimo. Troppo intimo per una collettività in cui l’ortodossia era granitica più che rigorosa. E ogni deviazione aveva il sapore di un’offesa. Trasgressione alle regole e a tutto ciò che queste rappresentavano. Una famiglia solida che aveva tentato di impartire un’educazione poi abortita. Tuttavia non c’è fallimento dove si nasconde il sentimento, anche se le due giovanissime finiscono per prendere strade opposte. Quei corpi si allontanavano. Ronit (Rachel Weisz già nota per Il mistero di Donald C., RachelThe lobster) era disinibita e anticonformista come non lo era Esti (Rachel McAdams protagonista di Questione di tempo, Midnight in ParisIl caso Spotlight), timida e riservata nel cuore e non solo. Talvolta però le vie non si divaricano per sempre e a rimettere le cose in ordine è una sciagura. Apparente. Quando le muore il padre, Ronit che aveva lasciato Londra per cercare il suo domani individuale, torna sui luoghi familiari. Riscopre note che già conosceva ma entra in un mondo totalmente nuovo ed estraneo. Quello di Esti che, da quella lontana relazione con lei, si era spinta a sposarne il cugino. Dopo tanti anni il fuoco continua a covare sotto la cenere. E l’incendio scoppia in brevi attimi in cui le due donne riscoprono che quell’antico legame non si è mai incrinato. I corpi si uniscono. I palpiti accelerano. È amore ritrovato. La loro felicità è uragano. Spegne le fiamme ma divora ciò che sta loro attorno. David, il marito di Esti, è sul punto di diventare rabbino ereditando la carica del defunto papà di Ronit quando, all’improvviso, la calma torna piatta.
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 Disobedience è il primo film del regista cileno Sebastiàn Lelio dopo l’Oscar conquistato per Una mujer fantastica, scelto come migliore opera straniera nell’edizione 2018. E non tradisce le attese anche se rischia il fraintendimento. Classificarlo nel registro di quei titoli che hanno affrontato l’omosessualità significherebbe derubricarlo a qualcosa che è soltanto in minima parte. La relazione tra le due donne simboleggia molto di più di ciò che superficialmente essa può rappresentare. È trasgressione. Lo sviluppo del tema riguarda dunque ciò che questa può causare all’interno di una comunità che non ammette né tollera eccezioni o devianze. Se il padre di Ronit aveva intuito che quella figlia così emancipata non poteva che procurare guai a se stessa e al contesto in cui viene a trovarsi, lo stesso non era avvenuto all’interno della comunità. E proprio la scomparsa del rabbino diventa la calamita per il ricongiungimento di quelle anime perdute, mai davvero arrese a un destino che le portasse sui binari diretti nell’altrove assoluto. Nelle pieghe del disorientamento di quella morte s’insinua l’insidia di una scossa sottotraccia. Come in definitiva si dimostra l’incontro fra Esti e Ronit, inizialmente, due estranee alla vigilia del nuovo scoppio della passione. Un amore che di per sé non sarebbe una cattiva notizia se non facesse rima con la disobbedienza che una cerchia rigorosa come quella ebraica non consente. E il piccolo grande mondo che ruota attorno alla guida della collettività crolla in un fiato. È la sconfitta. Collettiva come quella comunità chiusa. A perdere è Ronit costretta a tornare sui suoi passi abbandonando il suo passato. David, che si vede obbligato a dimettersi da rabbino prima di diventarlo. E perfino Esti, destinata a non poter mai coronare i suoi sogni.
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Il film di Lelio entra con garbo e discrezione nella blindatissima cerchia semita, non tanto perché solo essa soggiace a queste regole ma come paradigma di qualsiasi forma di ortodossia. Disobedience è insomma una simbologia allargata, dove ciò che si vede non è specchio specifico di quello che riflette, ma è immagine metaforica di tutto quanto può essere assimilabile. La risultante è che l’omosessualità diventa una sorta di pretesto – il più eclatante e dirompente – per infrangere il tradizionalismo di tanti assetti immutabili. E, specularmente, la comunità ortodossa è emblema di ogni roccaforte chiusa. Declinazioni diverse delle infinite forme del conservatorismo, incapace di considerare l’esistenza delle variabili. Le medesime protagoniste sono anch’esse volto di due modi contrari di essere che, oltre ad attrarsi, possono rivelarsi confliggenti con il contesto in cui sono inseriti. Se dunque la più disinvolta Ronit appare elemento destabilizzante è la più tranquilla Esti a vivere i traumi e il desiderio di cambiare una situazione cristallizzata. “Voglio che mio figlio sia libero” tuona sottovoce con l’ambizione di regalare al proprio bambino ciò che lei non è stata e non ha avuto. Ma è la prima a soccombere. Millenari princìpi travolgono il singolo. La calma apparente cui torna lo stagno quando affonda il sasso che ne ha turbato le acque ha il ritmo di un cardiogramma piatto. La libertà di un figlio diventa la protezione di una comunità routinaria che nelle sue scansioni ricorrenti finisce per escludere solo chi vi si oppone. Un successo finto. Apparente. La sconfitta dei timidi.

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