scrit2L’anno del Signore è quello del ’44. I nazisti avanzano verso il sud della Francia. Uno sconosciuto, compiendo una commissione per conto di un amico, si imbatte nel manoscritto di uno scrittore che si è appena ucciso per la paura di cadere nelle mani avverse. L’uomo se ne impossessa e si appropria anche delle sue identità. La fuga a perdifiato verso la libertà si coniuga al passaggio su una nave americana verso la libertà. In questa spasmodica ricerca della via verso la pace e l’uscita dal tunnel del terrore, si ritrova sulle tracce di una donna che sta invece cercando il marito scomparso. Georg (Franz Rogowski, già nel cast di Happy end) e Marie (Paula Beer, indimenticata protagonista di Frantz) scoprono di avere qualcosa in comune. L’uno proviene infatti dall’uomo cui la seconda sta dando invano la caccia, pur essendo legata a un medico americano in fuga, dopo aver ottenuto – proprio grazie a Georg – il documento necessario per lasciare Marsiglia. Una vicenda intricata che si snocciola scena dopo scena facendo viaggiare lo spettatore tra i segreti inconfessabili dei due protagonisti, intorno ai quali ruotano una moltitudine di autentiche comparse che arricchiscono la confusione, già accentuata dalla voce fuori campo di commento alle sequenze.

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La donna dello scrittore di Christian Petzold, al quale si deve l’ottimo Il segreto del suo volto, è un film che tradisce in gran parte le attese. Pasticciato oltremisura e confuso in larga parte per colpa di un montaggio poco studiato che altera l’equilibrio di un racconto lineare. Non paga nemmeno la scelta di introdurre un narratore, totalmente inutile e perfino ridondante nella galleria dei personaggi. Pleonasmi che disorientano il pubblico, fuorviato da ciò cui assiste, e riducono lo spessore degli attori sui quali il regista non sembra voler fare troppo affidamento nel far comprendere appieno il senso e il significato del loro agire. Al punto che appare quasi necessaria una spiegazione di supporto. Una strategia sbagliata perché entrambi mostrano qualità già confermate dalla loro personale filmografia. Fin qui i difetti che spingono il pubblico a fare continuamente una sorta di autocontrollo sulla trama, in qualche caso ambigua per sua natura. Il pregio consiste invece nel desiderio di Petzold di affrancarsi dal quadro storico che infiniti altri film hanno riprodotto e trattato. Marsiglia, nella sua veste attuale, è volutamente scelta come una città di confine anche se si affaccia sul mare. E proprio questa particolarità, che si collega a una sottolineatura continua della funzione del porto e dei trasporti su nave, accentua la caratteristica che accomuna protagonisti e comprimari, uniti dallo scopo evidente di lasciare la città francese per un altrove indefinito ma palpabile. In buona sostanza, tutti sono in transito per un’unica motivazione – la guerra – seppur con differenti mete e scopi. Non a caso il titolo originale del film è Transit, preso in prestito dal romanzo del ’42 di Anna Seghers, cui il film è ispirato. E sempre non a caso, la figura di Georg è ricamata su quella di Georg Glaser, autore tedesco naturalizzato francese, morto nel 1995 a 85 anni.

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Il tema del passaggio e della transitorietà delle vite portate in primo piano ha la conseguenza di allontanare il film dalle sue radici storiche e calarlo molto più nell’attualità. Evidente il riferimento della figura del piccolo Driss con il quale Georg stringe amicizia giocando a pallone che improvvisamente abbandona con la mamma il modesto alloggio in una zona periferica abitata per lo più da musulmani. Particolare che permette di riconoscere in quelle immagini i tanti scorci delle odierne banlieue. Gli esodi che hanno portato in Europa moltissimi movimenti migratori – alcuni dei quali causati proprio da persecuzioni, combattimenti e povertà – rappresentano la cifra specifica che collega il passato del secondo conflitto mondiale con il presente fatto di massicci spostamenti di popoli. Non è casuale neppure lo spunto – appena accennato – dell’identità contesa. Georg ruba allo scrittore i documenti per nascondere se stesso, al medico servono generalità per salpare verso gli Stati Uniti, Marie resta in incognito e il finale si mantiene in sospensione. La donna dello scrittore non riesce tuttavia a conquistare. I punti forti di una trama studiata con attenzione finiscono anch’essi occultati dietro il sincopato andamento di una narrazione che avrebbe potuto essere più semplice. Dedicato a chi ama guardare i film, smontandoli e rimontandoli come se fossero un mosaico.

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