euforia2-e1526396768468-700x430Due fratelli e un segreto confessabile. Tanto confidenziale da avvicinare due uomini così diversi che più non si potrebbe. In estrema sintesi la trama di Euforia di Valeria Golino potrebbe anche finire qui, in realtà Matteo ed Ettore sono due simbologie di vite differenti allo specchio dell’esistenza. Poi giunge il destino a porre una barriera e quei due ex ragazzi, che mai avevano trovato il modo di intendersi ed entrare l’uno in sintonia con l’altro, individuano la chiave di un dialogo ai primissimi passi nonostante l’età adulta. Presentato all’ultimo festival di Cannes, il film è passato nell’indifferenza generale, salvo suscitare un insospettabile coro di elogi a distanza di sei mesi da larga parte della critica. Ebbene, il film non meritava forse né l’una né l’altra reazione. Se non è stato giusto disinteressarsene nella celebre rassegna francese, benché la stella della Golino sia stata offuscata da quella di Matteo Garrone e il suo eccellente Dogman, altrettanto fuori luogo sembrano le lodi sperticate. Euforia ha ben poco di memorabile. La compagnia di giro è quella che affianca la regista romana nelle sue uscite ricorrenti. Viola Prestieri è la produttrice di fiducia, Riccardo Scamarcio è da poco diventato il suo ex ma evidentemente i rapporti sono ottimi e saldissimi, Jasmine Trinca è l’attrice di riferimento in un orbita nella quale gravitano – volta a volta – altri nomi. In questo caso l’altro ruolo maschile è affidato a Valerio Mastandrea di provata e incrollabile romanità come il resto della squadra.

euf2Rodaggio acquisito con facilità, dunque, il film si rivela di una debolezza sconcertante e alcuni stereotipi davvero irritanti. Matteo è il figlio gay, rampante, ricco e cocainomane ma amato dalla mamma mentre Ettore è l’eterosessuale in crisi, squattrinato quanto basta, demotivato insegnante di scuola con una doppia vita sentimentale grazie alla quale cerca di consolarsi dello stanco tran tran. Insomma, tutto già visto, come la diagnosi infausta che accelera la ricomposizione di un dissidio, mai sfociato in rancore, ma causa dello sguardo in cagnesco nel quale si crogiolano i fratelli. L’uno dall’alto del proprio successo incipriato, l’altro dai bassifondi di una vita insoddisfatta. Ennesimo dèjà vu cinematografico e narrativo. E, in buona sostanza, ci si ferma qui. Troppo poco per far gridare al miracolo visto che il cinema italiano sarà anche in crisi, ma riesce a produrre ogni tanto qualche opera più degna di quest’ultima goliniana fatica. Per informazioni consultare Dogman di Matteo Garrone, Lazzaro felice di Alba Rohrwacher, entrambi rivali a Cannes, Menocchio di Alberto Fasulo, il mai uscito ma splendido Asino vola di Marcello Fonte e Paolo Tripodi, ai quali si possono aggiungere titoli di conclamata celebrità come certi capolavori di Sorrentino – tra i quali non rientrano né Loro né Loro 2 né La grande bellezza – oppure opere più datate ma di immenso prestigio. Euforia resta dunque in coda. La malattia terminale, poi, è molto più di un motivo di ispirazione per Valeria Golino. Su questo stesso tema aveva già costruito Miele di indubbio miglior valore di questo compitino cinematografico. Lì si affrontava la valenza dell’eutanasia come conseguenza di un male irreversibile, qui si tenta di solleticare e sollecitare un’emozione che viene soffocata dalla noia e da un film che non ha drammaticamente nulla di nuovo da aggiungere.

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