DSCF4387.RAFRobin Hood è personaggio caro all’infanzia. Il merito è dei molti cartoni animati sulle gesta del “principe dei ladri” che rubava ai ricchi per donare ai poveri. Un principio suggestivo, tuttavia basato comunque su un reato. Il furto. Da una prospettiva didattica, l’operazione era dunque criticabile per quanto la bonomia e l’ingenuità con cui si continua a propinare il film ai bambini sembra assolvere dall’accusa di allevare potenziali fuorilegge. Ebbene, la favola è fin troppo nota per tracciarne una trama che il cinema ha più volte frequentato nel corso degli anni. Ora, sul grande schermo  arriva un nuovo Robin Hood  condito da apposito sottotitolo – L’origine della leggenda – e firmato da Otto Bathurst che si presta a più di una annotazione critica derubricandolo a uno dei peggiori film, da buttar via senza troppi pentimenti. Robin di Loxley (Taron Egerton già visto in Legend) avrebbe insomma scoperto – bontà sua – che nella contea di Nottingham si annidano politici famelici di ricchezze e corrotti all’inverosimile. Si allea così al nero John (Jamie Foxx apprezzato protagonista di Django unchained di Tarantino) che lo “illumina” e diventa il suo stratega – oggi lo si definirebbe spin doctor – per debellare a colpi di frecce e di doppi giochi la tresca che tiene sotto scacco gli umili paesani della contea. La vicenda si infarcisce dei presupposti dell’amore che lega Robin a lady Marion, anch’esso vittima di bugie e frettolosi matrimoni, ulteriore motivo di crisi e rappresaglie quando il fin troppo agile Robin torna dalle crociate vivo e vegeto e non morto e sepolto come anticipato alla gentile fanciulla, interpretata da Eve Hewson (This must be the place di Paolo Sorrentino), ovvero la figlia di Bono. Guerra e sentimento sono una ricetta vincente, almeno nella poco lungimirante immaginazione dei produttori, quindi il successo si direbbe assicurato.

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In attesa che il botteghino si pronunci, Robin Hood di Otto Bathurst non è soltanto uno dei peggiori film mai apparsi al cinema ma è opera totalmente inutile e dannosa con i tempi che corrono. Se infatti, come anticipato, la miglior versione delle avventure di questo “eroe” era costruita sull’equivoco di un reato rivestito da buoni – anzi ottimi – proponimenti, ora le proporzioni crollano perché l’ambiziosa operazione si rivela una galleria di luoghi comuni, accanto alla demonizzazione della Chiesa e delle istituzioni a vantaggio di un universo più equo e altruista, ovviamente musulmano, e nemmeno a dirlo, nero di pelle. Gli inglesi – ma si potrebbe generalizzare vedendo in loro gli occidentali su larga scala – sono descritti come invasori che attraverso la spedizione delle Crociate, conducevano una guerriglia porta a porta per debellare il nemico islamico. E l’abbondanza di veli e volti travisati su uomini e donne forse non è solo un caso. Pubbliche forche, torture e uccisioni ne esemplificano la crudeltà che fa rima con i mandanti della spedizione. La Chiesa è governata da un cardinale avido di ricchezze, poco cauto nel rivelare che l’inferno è un’invenzione per tenere soggiogati i fedeli. Insomma, oltre alla rapacità, anche una sorta di ateismo congenito misto a un’insaziabile voglia di denaro da soddisfare a costo di affamare i più miseri. Nemmeno a dirlo, il musulmano John è un energumeno di colore per scongiurare ogni forma di razzismo che di per sé sarebbe pure un’iniziativa encomiabile se non fosse che il Bene e il Male sono assolutamente trasversali alle razze. E oggigiorno, continuando a incensare le virtù dei neri, si finisce per cadere in un razzismo alla rovescia che penalizza i bianchi. Ma tant’è, questa chiave di lettura non va di moda e il nero di Bathurst è buono e maomettano.

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Tutto qui… Affatto. L'”eroe” di Nottingham altri non è se non un doppiogiochista nato, che imbroglia l’aristocrazia di cui fa parte per incitare alla rivolta le masse dei più poveri. Se l’intento di aiutare gli indigenti è iniziativa lodevole, la sommossa per mettere a ferro e fuoco la città e rubare le ricchezze da redistribuire al popolo ha il sapore di una strategia che avrebbe fatto invidia al Lenin della rivoluzione d’ottobre. Robin finisce per provocare la separazione di Marion dal marito che, per soprammercato, diventa il nuovo sceriffo di Nottingham dopo l’impiccagione dell’odioso predecessore. Naturalmente, nell’uomo beffato e tradito non si nasconde uno spirito di giustizia ed equità ma la fame di vendetta verso colui che gli ha rubato la moglie. In buona sostanza, il gotha di quanto di più diseducativo esiste viene concentrato in un film e in personaggio, familiare e idealizzato – almeno teoricamente – dal pubblico dei ragazzini più che degli adulti. Pessima anche la fattura cinematografica che paga assolute carenze di verosimiglianza. D’accordo,  Robin Hood è figlio della fantasia e dell’immaginazione, ma le tecniche di combattimento mostrate nelle varie sequenze ricalcano decine di criticabili e detestabili videogiochi che oggi rappresentano l’incubo di troppi genitori e la venerazione dei computer da parte degli adolescenti come strumento di puro “divertimento”, lontanissimo dalle potenzialità positive e utili che invece riveste. La chiosa finale è un interrogativo. C’era davvero bisogno di un film del genere al tempo di oggi? Di divertimento non c’è l’ombra, come pure di nobili principi. In compenso ci sono rischi infiniti, almeno da un punto di vista didattico ed educativo. Voto: zero. E una preghiera non bigotta. Liberateci da questi “eroi”.

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