CAPRI4Serve la morte perché il mondo si rinnovi

 

Arte e rivoluzione. Tradizionalismo e rinnovamento. Vegetarismo e onnivoria. Naturismo e industria. Fede e scienza. Guerra e pace. Capri revolution di Mario Martone – il regista di Pastorale cilentanaIl giovane favoloso – è un film di binomi che non significa contradditorietà ma confronti. Mondi allo specchio che spiegano le diverse prospettive dalle quali guardare la realtà in una chiave che attraversa il tempo. Dall’Ottocento a oggi il passo è meno lungo di quanto si possa immaginare e quest’opera lo sottolinea con vigore al punto che sembra ritrarre una quotidianità del terzo millennio. Invece. L’ispirazione viene dalla vita di un pittore tedesco – Karl Wilhelm Diefenbach – vissuto tra il 1851 e il 1913, anno in cui morì proprio a Capri. L’artista e utopista fu il fondatore di una comune, attiva a Vienna dal 1897 al 1899 quando, finita in bancarotta, cessò di esistere. Solo allora il suo ideatore si ritirò nell’isola campana dove visse fino al giorno della morte e dove si trova un piccolo museo con le sue tele che ne mostrano lo stile collegato all’Art nouveau e al Simbolismo. Nel film di Martone l’esperienza di Diefenbach è spostata in avanti di qualche anno ma mantiene le sue caratteristiche originarie. La trama è facilmente sintetizzabile. Lucia (Marianna Fontana, protagonista di Indivisibili) è una capraia, ultima figlia di una famiglia contadina, che vive pascolando i suoi animali sugli scoscesi pendii capresi. Durante le sue escursioni scopre una comunità nudista della quale resta profondamente incuriosita e, lentamente quanto timidamente, trova approcci con i suoi componenti fino a diventarne tanto intensamente influenzata da entrare a farne parte, con il risultato di finire ripudiata dai fratelli maggiori dopo la morte del padre.

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Capri revolution tuttavia è ben lontano dall’essere uno spaccato sull’Italia agricola del meridione di inizio Novecento. Leggerlo in questa chiave equivarrebbe a snaturarlo e demolirne lo spessore. È un film di binomi, si diceva. E l’impronta dei parallelismi ne sottolinea i significati, attualizzandoli. La protagonista è la sintesi di un’evoluzione che la porta dall’analfabetismo alla poliglottia, ma soprattutto la conduce attraverso il superamento della mentalità familiare retriva e antiquata verso una collettività aperta a un’interpretazione naturalistica della vita. Emblematico è il denudarsi di Lucia tra i componenti di una comune che rifiuta attinenze religiose e monogamia e non ammette la carne nella propria dieta e, nella stessa linea di pensiero, produce energia elettrica servendosi di sostanze esistenti in natura. Una sorta di ritorno alle origini che appare, al contrario, un grande passo verso il futuro pulito. Tematiche di stringente attualità anche oggi, senza dimenticare che la cronologia del film ci porta nei mesi a ridosso della Grande guerra. Chimica uccisa da una biologia che non conosce confini né nella procreazione – talmente libera che la famiglia risulta destrutturata – né nel vegetarismo che porterà Lucia a pronunciare parole ora ricorrenti fra gli animalisti. “Non mangio cadaveri”. La pastorella ha compiuto un passo enorme e la frase non cade a caso. Il contesto è il pranzo patriarcale nel quale dovrebbe essere sancito il suo futuro matrimonio con uno dei maggiorenti locali. Il capretto più grasso sacrificato per simboleggiare il prestigioso legame attraverso la politica delle nozze diventa l’attimo in cui si consuma la rottura definitiva. Negazione di una società chiusa e gretta. Insensibile. “Hai mai ucciso una gallina… Ebbene, sappi che trema”. Un discrimine netto con quel mondo contadino che tratta gli animali come se non avessero un’anima.

capri batterie regia mario martone foto di scena mario spada

Il conservatorismo tradizionale finisce disintegrato dalla rivolta di una delle sue figlie solo all’apparenza più mansuete. Pace battagliera. Specchio di un incontro in cui il guru della comune si confronta con il medico del paese. Il rifiuto delle armi  litiga con la necessità di combattere perché dalla morte possa rinascere una comunità nuova. E chimica contro natura. Il dottore si affida alle terapie invece di ricorrere ai doni vegetali. Fibra di una resistenza che occasionalmente mostra le sue lacune (quando Lucia si ammala il medico resta l’ancora di salvezza) ma propone un altro dualismo eccellente. Fede e scienza. Quando il patriarca è in fin di vita la madre di Lucia rivela la sua devozione. “Confidiamo nella Madonna” sussurra al dottore che le risponde: “Confidiamo nella scienza”. E non a caso Lucia entra nella comune che più lontana da ogni forma di sacralità non potrebbe essere. Nondimeno è un rispettoso simulacro dell’essere umano. Se tutto si basa e si fonda sulla natura, alla natura dovrà pur tornare. E Lucia compie il suo percorso che la porta lontano dalle guerre familiari nella pace dell’arte e di una nudità che è simbolo dell’umanità spoglia di ogni artificio. Come i quadri di Seybu, nelle fattezze a immagine e somiglianza di Diefenbach, precursore di una corrente che ha dato vita anche alla comunità di Monte Verità ad Ascona. E nella pace di Lucia spuntano i primi fuochi di una guerra mondiale che il pittore tedesco non ha mai visto, ma nel film rappresentano l’ultima frattura. Lucia contro tutti. I suoi fratelli. Il medico. L’intera civiltà. Tranne la mamma, che prima fra tutte aveva compreso la natura di quella figlia sopra le righe.

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