Midway-3-1280x720Quegli uomini erano miei fratelli. Avrei volato con loro anche dritto all’inferno. 

Tra le pieghe della II guerra mondiale spuntano ancora le conseguenze post Pearl Harbor. A tornarci sopra è un kolossal bellico, degno della miglior tradizione storico militare in declinazione cinematografica. Midway di Roland Emmerich affronta le celebre battaglia del Pacifico, combattuta nella II guerra mondiale da giapponesi e americani. Si parte da una premessa, centrata sull’inatteso e improvviso attacco nipponico a Pearl Harbor, che ha rappresentato un trauma indelebile nella storia militare e politica degli Stati Uniti per aver segnato la prima incursione di un esercito nemico sul proprio “territorio”. Una ferita profondissima che ha lasciato un dolore difficilmente rimarginabile, nonostante l’altrettanto forte desiderio di vendetta che innescò. Lo scontro di Midway fu proprio la reazione di una flotta decimata e in difficoltà, prossima – secondo l’impero del sol levante – alla caduta definitiva, contro il preponderante schieramento di forze della potenza orientale. Lo stato maggiore di Tokyo, insomma, non si aspettava l’impennata di orgoglio e di onore dimostrata dall’avversario. Gli eventi, fedelmente riportati sulla base storica, vengono affrontati nel film di Emmerich da tre prospettive diverse.

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L’eroe – Dick Best – che sfidò il cannoneggiamento e i caccia, andando a colpire il cuore delle portaerei nemiche. L’ufficiale di marina Edwin Layton che, con l’aiuto di un crittografo e del generale Chester Nimitz (Woody Harrelson, ex sceriffo di Tre manifesti a Ebbing, Missouri e recente protagonista di Zombieland), gestì il lavoro di intelligence grazie al quale furono individuati i punti deboli dei rivali. E infine gli ufficiali giapponesi che misero a punto le strategie, con la colpevole responsabilità di sottovalutare la rete di intercettazioni, grazie alla quale gli americani poterono contare su un piccolo vantaggio a discapito di uomini e mezzi, malmessi e inferiori numericamente. Ne esce un film di valore storico ineccepibile che mescola azioni e incursioni militari a risvolti umani e familiari, raccontando anche le vicende personali di chi prese parte al combattimento tra paure, rischi, angosce e drammatiche conseguenze individuali. Un aspetto umano che Emmerich riesce a rendere con efficacia nello spaccato in cui i soldati si confidano l’un l’altro i propri incubi e il timore di perdere la vita in missione, compensati tuttavia dall’implacabile sette di rivalsa per i compagni, morti nell’incursione alle Hawaii. Non solo guerra, insomma. Nelle due ore e mezza di battaglie aeree c’è spazio anche per il lato intimo che occasionalmente esce a fare capolino nei drammi del secondo conflitto mondiale. E, sui titoli di coda, una carrellata di foto d’epoca a confronto con i personaggi del film ricorda l’epilogo dei protagonisti e il loro ruolo nel dopoguerra.

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L’intera materia, consegnata nelle abili mani del regista tedesco Roland Emmerich, a suo agio con i kolossal apocalittici dopo Indipendence day e The day after tomorrow, diventa appassionante, senza cali di tensione e ha il pregio di sottrarsi alla folta tradizione cinematografica su Pearl Harbor – molti i titoli che si potrebbero citare a questo proposito, bastino Tora tora tora!, Da qui all’eternità e Arcipelago in fiamme, solo per citare i principali – e puntare sull’eroismo americano. Una chiave insolita, in mani tedesche, ma il tempo – si sa – è galantuomo e l’unica pecca è la nemesi al contrario. Ovvero, la retorica agiografica che esce a fiotti quasi a ogni fotogramma. Midway è insomma un film di guerra a tutto tondo con un leggero scavo interiore sulle paure degli uomini che combatterono quella battaglia. Molto scrupolosa la ricostruzione storica di Emmerich che tuttavia non riesce a evitare accenni a un genere a lui particolarmente congeniale come quello di disastri e distruzioni in generale. Incisivi gli effetti speciali che staccano quest’opera dalla tradizione. Pur non trattandosi di un remake, è impossibile evitare di citare La battaglia di Midway di Jack Smight – il regista di Airport ’75, per intenderci – che nel 1976 aveva reclutato un cast di stelle con Henry Fonda nel ruolo di Woody Harrelson, Robert Mitchum in quello di Dennis Quaid, Charlton Heston, Toshiro Mifune e Cliff Robertson.

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