last-christmasKatarina è una ragazza come tante. Molti sogni, poche soddisfazioni. Un po’ per colpa sua – arriva tardi alle audizioni per essere selezionata come cantante – un po’ a causa d’un colpo di fulmine con un giovane di garbo e modi gentili che assomiglia tanto a un angelo caduto dal cielo. Ma, come tanti coetanei, svagati e opportunisti, appare e scompare con una disinvoltura sospetta. Katarina (Emilia Clarke, già vista in Solo: a Star wars story) non ci capisce più nulla, colleziona rimproveri dalla titolare del negozio di regali di Natale in cui lavora ma – si sa – da innamorati la concentrazione mentale è dura assai. Sfiora il licenziamento ma si riprende. Intanto il dolce Tom continua nella sua altalena. Sparisce e ricompare. Subisce perfino il rimprovero e glissa. Insomma, dietro l’aspetto angelico si nasconde, a prima vista, il solito prototipo di fidanzato mordi e fuggi. Ossia, mordi poco e fuggi tanto. Finché la verità viene a galla ma per conoscerla sarà meglio vederlo, questo Last Christmas di Paul Feig con i toni e la tinta di una cine-favola che – c’è da giurarci – dal prossimo anno passerà in televisione a ogni Natale che Dio manderà in terra. Destinato a diventare un “classico” prima ancora di affacciarsi sul grande schermo, il film sembra avere una strada spianata grazie anche a un accompagnamento musicale – la canzone di George Michael – da tempo colonna sonora delle festività più dolci di fine anno.

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Il rebus da sciogliere, insomma, è chi sia Tom, quel giovane un po’ spasimante e un po’ amico. Un po’ consigliere e un po’ birbante in fuga. Lumacone o innamorato. Il buonismo è d’obbligo e l’interrogativo da sciogliere è proprio il ruolo dell’angelo nella società moderna. Da commessa addetta alla vendita del consumismo fine a se stesso dei prodotti più inutili ma più suggestivi dell’anno, Katarina finisce per realizzare sì la sua passione di cantare ma stavolta il suo pubblico sarà quello dei senza tetto e disadattati vari. Una sorta di ecumenica e suadente filantropia che non stona ma addolcisce i cuoricini sensibili sotto l’albero e talora più induriti quando le luci scintillanti dell’abete – speriamo finto – torneranno a spegnersi. In buona sostanza, la carità non consiste certo nello spicciolo da capovolgere nel cappello del povero ma nell’adoperarsi per il conforto e il sollievo di chi soffre. E l’angoscia purtroppo ha mille padri e infinite madri. Last Christmas ne tocca alcune. Dalla malattia alla disoccupazione. Dalla povertà alla fame. Volto solcato dalle lacrime perfino nel periodo in cui l’universo si sforza di essere felice. E siccome non esiste gioia che non si accompagni all’amarezza, il regista punta l’indice proprio su quest’ultima, lasciando aperto lo spiraglio più nobile. Aiutare chi è disperato a esserlo un po’ meno, in fondo è una strada che può portare alla felicità. Allora, ben venga il Natale che sottrae qualche pallina colorata al nostro albero ma dona un sorriso semplice a chi vive ore di patimenti. Sarà un modo per accenderne due in un colpo solo, il confort ricevuto e la soddisfazione di vedere il cuore dell’altro, sottratto all’apocalisse. Consiglio finale. In inglese, “last” può voler dire “ultimo” e “scorso”. In nome di ottimismo e fiducia si consiglia di interpretarlo con il secondo significato. In fondo è Natale. E la nota tragica sta già in quella canzone, scritta da un autore di successo che proprio a Natale se n’è andato.

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