FEU9Nel Settecento l’amore era una faccenda strana, soprattutto per chi nasceva femmina. Non che dopo due secoli e mezzo la solfa sia molto diversa, il cuore – indipendentemente dal sesso di appartenenza – resta un terreno spesso insondabile, eppure allora il bivio non ammetteva deviazioni. Convento o matrimoni di comodo, tertium non datur. E in nessuno dei due casi c’entrava il sentimento. Anno del Signore 1777, nella Bretagna flagellata dai venti arriva Marianne, una pittrice chiamata a ritrarre Héloïse (Adèle Haenel già apprezzata in 120 battiti al minutoLa ragazza senza nome). Quest’ultima è appena uscita dal monastero per diventare la moglie di un uomo che non ama, una sorte familiare abbattutasi già sulla sorella, suicida per sottrarsi a nozze di comodo “politicamente” stipulate. Héloïse non è propriamente persona da accettare supinamente l’intrusione ma dopo iniziali schermaglie scopre che dietro il volto di Marianne si cela una donna comprensiva e disponibile, consapevole di potersi aspettare ben poco dall’universo maschile. Quando l’artista giunge al castello scopre però che la promessa sposa non ha intenzione di lasciarsi ritrarre e tantomeno di posare ma ciò non la esime dal ritratto commissionatole dalla contessa (Valeria Golino) in partenza. Sulle rive bretoni resta dunque la coppia di fanciulle e la fantesca – arbitro non sempre super partes – fra le schermaglie delle due donne che scavano tra le loro vite. A disposizione di Marianne ci sono dunque cinque giorni – l’assenza della madre di Héloïse – per carpire tutti i segreti e i dettagli necessari a dipingere il quadro. Alla pittrice non resta quindi che un tranello, fingersi la dama di compagnia durante il giorno e prendere pennelli e tavolozza di notte.

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Ritratto della giovane in fiamme di Celine Sciamma è stato presentato al Festival di Cannes 2019 dove ha meritatamente vinto il premio per la miglior sceneggiatura. Un passaporto importante che lo ha incluso nella rosa dei candidati nella sezione delle opere straniere ai Golden Globe 2020. Pulito da orpelli inutili e capace di evitare il rischio pericolosissimo di cadere nel greve, il film tocca il mito di Orfeo ed Euridice e la letteratura con le Metamorfosi di Ovidio ma, a concentrare l’interesse e il dibattito, sono soprattutto i due temi proposti. Uno, come accennato in apertura, riguarda il frequentato nodo dell’amore e del non sempre “buen retiro” conventuale. Nell’antichità la clausura era la culla preferita e preferibile degli adulteri e di donne leggere dietro il pudico abito clericale. Nel XVIII secolo quando i sensi erano tutt’altro che casti, gli amanti quasi un irrinunciabile terzo del cuore per chi volesse contare davvero in società – si veda a questo proposito il volume di Francesca Sgorbati Bosi Non mi piacciono i piaceri innocenti (Sellerio, 18 euro) – e le nozze uno strumento di intesa trasversale tra le famiglie, ebbene in questo scorcio di XVIII secolo, l’amore era faccenda assai strana. E fra le storture non dovrebbe stupire la volontà di una ragazza di sottrarsi a nozze di convenienza senza sentimenti. Un passo che nel tessuto dell’opera di Celine Sciamma si trasforma in una confessione intima tra Marianne e Héloïse, storia di una complicità in rosa che finisce per avvincere e legare le due dame.

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Un amore che inizia a essere parola, spiegazione. Tenta di raccontare e tradurre sensazioni, motivare rifiuti, tracciare i contorni e i confini dell’affetto e dell’attesa. Un mondo che a entrambe, la giovane dagli occhi azzurri e quella dalle iridi marroni, ha giocato lo scherzo di inserirle in un universo patriarcale e maschilista che sembra esiliarle nell’isola della schiavitù evitata. Il rifiuto di quel contesto malato, dalla fine del Settecento corre con un balzo fino all’oggi targato #MeToo, con un riferimento diretto proprio nella figura di Adèle Haenel che a suo tempo denunciò le molestie del regista Christophe Ruggia quando lei aveva dodici anni. La verbalità diventa dunque corporeità sullo schermo come nella vita. Marianne e Héloïse si scoprono tanto simili quanto vicine. Le parole non bastano. Non possono essere sufficienti. E i corpi nudi si avvicinano. Si toccano. Si stringono in una raffinata nobiltà d’animo che al culmine dell’unione fa mettere uno specchio sul pube dell’altra da dove si riprende a carboncino la pagina 28 del libro X di Ovidio. Soffio saffico. Lo stesso che ha legato in passato la regista Celine Sciamma alla protagonista Adèle Haenel.

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L’amore plastico del corpo nato sulla scia delle parole non è derubricabile a omosessualità. Piuttosto è completamento. Contrasto a quel principio che sacrifica il sentimento sull’altare della politica. La pittrice Marianne deve ritrarre questa complessità di elementi. Essere rigorosa e attenta. Soprattutto artista. In questa piega si inserisce il secondo tema affrontato, non certo secondario a quello del sentimento nella società maschilista del ‘700. Immaginazione e realtà, due ingredienti non aggirabili per la giovane artista alla prese con il modello che non vuole farsi riprodurre. Può quindi l’interpretazione astratta sposare la l’oggettività del reale… La prima in buona sostanza si innesta sulla seconda per andare a comporre un tutt’uno organico che trasmetta l’indole del soggetto vero e naturale alla componente innata nell’animo di Marianne. L’una insomma non può rinunciare a se stessa nel dare forma e afflato all’altra, la ragazza in fiamme. In fuga da se stessa e dalle convenzioni in cui è nata e alle quali vuole cercare riparo in una patria libera.

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