e886b40b28_67486804La cicogna strabica consegna il bimbo sfortunato in Africa…

 

Checco, nome d’arte e del protagonista, è un italiano vero. Un sognatore che finisce tartassato dal fisco, nemmeno fosse il peggiore dei delinquenti. Ma tale sembra davvero. Al punto che è costretto dalle circostanze a scappare a gambe levate in Africa – le riprese si svolgono in Kenya ma la cornice geografica non è identificata con precisione perché in fondo poco importa – dove trova schiere di ricconi, alle prese con i cavilli dell’Agenzia delle entrate. E naturalmente con il suo speculare nero, un uomo che invece sogna l’Italia di cui è imbevuto di cultura, cinematografica e non solo, convinto che il Belpaese sia il paradiso. Checco si sforza di fargli cambiare idea con risultati inconcludenti. Il sogno è il sogno e nessuno vuol rinunciare a volare con l’ambizione. Almeno quello. Tuttavia nel paradiso – fiscale stavolta – scoppia la guerra e Checco vi capita in mezzo mentre litiga con il cellulare, che inizia a squillare all’impazzata per la caccia spasmodica, partita dallo Stivale verso quel fuggiasco che ha lasciato buchi e debiti sulle spalle di amici e familiari dopo l’azzardo commerciale del sushi a Spinazzola, con la o pugliese chiusissima, mi raccomando. Finisce che l’italiano griffato capita nel villaggio della tribù dell’amico, accolto come un messia perché il suo arrivo coincide con la nascita del figlio maschio tanto atteso in quelle case di fango e poco altro. La guerra però non risparmia neppure i più poveri e Checco si trova in mezzo ai profughi che si mettono in viaggio per prendere il mare e sbarcare a Lampedusa. Niente da fare. Per una tempesta e uno scherzo del destino la nave di soccorso deve approdare a Marina di Vibo Valentia e lo sconsolato Checco esplode. Troppa bruttezza. “Vi facciamo sapere noi se siamo disposti ad attraccare lì”.

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Insomma il tema di Tolo tolo è l’immigrazione, un tasto che fa paura in questi tempi di facili fraintendimenti. Così il regista Luca Medici e l’attore Checco Zalone – in buona sostanza la stessa persona con nome anagrafico e d’arte per i due ruoli – la mettono, ma forse sarebbe meglio dire la mette, in chiave bipartisan. In altre parole ce n’è per tutti. La sinistra radical chic che accoglierebbe indiscriminatamente chiunque senza pensare alle conseguenze. Il giornalista chic, vanitoso e vanesio, inevitabilmente francese, che insegue lo scoop tra i poveri. Macron e una Merkel improvvisamente buonisti. Il fascismo che sembra una malattia e spunta appena manca un po’ di disciplina. Il fisco che opprime chi non lo merita e dimentica tutti gli altri. Il governo di casa nostra, più simile a una compagnia di pagliacci da strapazzo che a un gruppo di statisti. E ovviamente l’italiano medio, stufo e stanco di soprusi, rivestiti con abiti di tutte le fogge perché alla fine paga sempre e solo Pantalone. Un avviso. Attenzione al trailer con la canzone, ormai virale, “L’immigrato” composta dallo stesso Medici-Zalone che si richiama in modo evidente al miglior Celentano. Ebbene, nulla c’entra con il film. Chi ha l’abitudine di guardarlo pensando a un assaggio di quello che vedrà al cinema troverà qualcosa totalmente diverso.

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Tolo tolo strappa risate, inutile dirlo. Tuttavia per promuovere Luca Medici come regista occorre ancora tempo. Questo è il suo primo film interamente sulle sue spalle artistiche, recitative e autoriali, tutti i precedenti erano equamente divisi con Gennaro Nunziante di cui si sente qualche nostalgia soprattutto nella sceneggiatura. C’è da giurare però che sbancherà il botteghino per indiscussa supremazia sui concorrenti diretti – i cosiddetti comici – che non riescono più a strappare un sorriso nemmeno forzato. Qui non si ride a crepapelle, come accaduto in altri titoli di Zalone, ma gli va riconosciuto lo sforzo di cercare una via al di fuori dei soliti sentieri usati e abusati dalle commedie nostrane. Si tranquillizzino gli amanti della polemica a tutti i costi, Tolo tolo non è razzista e tantomeno maltratta gli immigrati come qualcuno ha voluto leggere dai testi della canzone di chiusura, una scanzonata satira sulla quotidianità italiana. Più volte, nelle sequenze, i riferimenti a un dramma volutamente stemperato dai suoi più inquietanti caratteri rimandano ai tragici presupposti da cui gli esodi prendono origine. La politica resta lontana dalla satira ma il fustigatore dei costumi ha il diritto di dire la sua e Zalone usa il gusto del paradosso ad ampio spettro senza rinunciare nemmeno al disegno animato che conclude una farsa su misura della contemporaneità.

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