NZH0558406998Judy Garland è stata precoce in tutto. Nel successo raggiunto a soli 17 anni – era il 1939 – con Il mago di Oz.  Nei numerosi matrimoni, poi finiti malissimo. E perfino nella morte, che se l’è portata via a soli 47 anni. Tutto in un attimo, insomma. Una vita vissuta di corsa, a partire dall’esordio nel mondo dello spettacolo con le sorelle Gumm, fino all’epilogo di una donna consumata dai farmaci che hanno scandito l’intera sua breve vita. Ne prendeva per dormire e per restare sveglia, per trovare energia ed essere brillante. In mezzo a questo cocktail entravano fiumi di alcol e di tristezza legata alle amarezze sentimentali. Uso – e forse talvolta abuso – che ne hanno minato il fisico e l’arte. A Londra, al capolinea della sua carriera faticò a cantare, al punto che le repliche dei concerti vennero cancellate e solo l’animo buono di un collega le consentì un addio al pubblico nel suo show ma la platea dovette alzarsi a intonare quel'”Over the rainbow” che suonava come un addio e un epitaffio. Judy di Rupert Goold racconta l’inarrestabile e sconvolgente declino della madre di Liza Minnelli che fu impossibilitata ad allevare i figli Joseph e Lorna – oggi in vita – avuti dalle nozze con Sidney Luft, il produttore di È nata una stella firmato da George Cukor nel ’54 e noto per non aver superato al botteghino il vertiginoso investimento della produzione. Un successo a due volti che di fatto tolse a Judy Garland la conquista dell’Oscar per cui aveva ricevuto la candidatura.

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Una vita, breve, costellata di amarezze come i ricordi di gioventù, una fanciullezza proibita da una madre, severa e tracotante, che aveva intravisto nella figlia la fonte di arricchimento della famiglia. Judy cresce così tra restrizioni e rinunce – imposte e non volute – a cominciare da quelle pillole, caldeggiate dal Louise B. Meyer, patron della Metro Goldwin Meyer che l’avrebbero lentamente e inesorabilmente accompagnata alla morte. Dopo la sua fine – prematura quanto inattesa – gli stessi medici che ne esaminarono le spoglie rivelarono che se quella sera non l’avessero uccisa i farmaci, non le sarebbe comunque rimasto molto davanti a sé, per colpa della cirrosi, dovuta al troppo alcol di cui fece uso. L’America degli anni Cinquanta e Sessanta carburava così, soprattutto nel mondo dello spettacolo e molti furono i divi a soccombere per le conseguenze. Un’esistenza individuale fatta di dolore che ha ripagato Judy Garland con un successo planetario ma pochi riconoscimenti, se si eccettua il Golden globe che nel ’55 la risarcì dell’Oscar non vinto per A star is born e la statuetta come miglior attrice giovane nel 1940. L’amore della sua vita fu Mickey Rooney che non volle però saperne di quella ragazzina affascinante, capace di recitare e cantare con una voce da contralto raramente ascoltata prima di allora. E i due cuori non si unirono mai se non sul set.

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Il film di Rupert Goold, regista inglese che lavora soprattutto in teatro e al cinema ha regalato solo The true story nel 2015, ripercorre gli ultimi anni della vita di Judy Garland fino alla morte con una premessa giovanile attraverso i ricordi della cantante e attrice affermatissima, ormai in fase calante, piena di debiti, travolta dai suoi amori precari e falliti e da una salute sempre più cagionevole. Judy rende omaggio a una protagonista del grande schermo con un’operazione abbastanza rodata, attraverso un’opera a metà strada fra la biografia e il dramma di una donna che ha pagato a carissimo prezzo la sua fortuna artistica. I ricordi viaggiano su binari nostalgici e struggenti, glissando sull’amore con Vincente Minnelli e sulla carriera cinematografica della Garland puntando più che altro sulle sue virtuosità canore. E questo rappresenta il primo equivoco di un film che sembra ignorare un lato fondamentale di questa celebre interprete di molte pellicole di rilievo. Un giudizio critico è venuto anche da Liza Minnelli che non ha promosso questa stesura in cui sua madre tende a suscitare nel pubblico compassione e pena. La sceneggiatura ricalca la falsariga su cui è stato costruito un altro recente film – Stanlio e Ollio – sul declino di una delle coppie comiche più note del cinema muto. Tuttavia, se i due si spalleggiano anche in questo tratto conclusivo della loro parabola tra liti, incomprensioni, spettacoli di addio e sguardi al passato, tenendo viva l’attenzione e l’intensità drammatica e drammaturgica della loro vicenda, più complessa e faticosa diventa la trattazione nel caso di un singolo personaggio come appunto Judy Garland, priva di un contraltare e una spalla, in grado di tenere desta e vivace la narrazione. Una sorta di calco con un cambio di protagonista. Rupert Goold finisce così per confezionare un personaggio su misura per Renée Zellweger che, nei panni della Garland, si porta a casa una candidatura all’Oscar come miglior attrice.

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