PIC5Le bambine fortunate, quelle a cui era destinato un futuro diverso, erano figlie delle galline bianche. Ma questa è un’altra storia.

Lucia è rimasta con i piedi nella sabbia. Sola. Sola con la “Generala”, che poi è sua nonna. L’unica reduce di una famiglia emigrata in Francia a caccia di lavoro e fortuna, inesistenti nella Favignana degli anni Cinquanta. Lucia ha carattere, ma anche un cuore ferito. Ha visto papà, mamma e fratellino partire con una promessa, regolarmente dissolta nei vapori amari di chi cerca, nel presente, un futuro più sereno. I suoi dieci anni non la intimoriscono e da quella “Generala”, che conserva l’unica soddisfazione di una sigaretta nel buio della notte, non accetta ordini. Non riserva cieca obbedienza. Si oppone. È sola in un villaggio che si nasconde. La nonna detesta la sorella e la ignora. Odia il cognato. I motivi sono radicati nel tempo. Colpa di abusi in una società che all’uomo permetteva di usare la donna. È un segreto anche l’amore della nipote, Rosa Maria, cugina adulta di Lucia, che ha una relazione clandestina con un uomo sposato. In un paese piccolo, dove tutti conoscono tutti ma evidentemente non conoscono tutto. E il non detto, il tacitato o semplicemente sussurrato è il vero protagonista di Picciridda che  Paolo Licata ha adattato dal romanzo di Catena Fiorello, spostando la vicenda da Letojanni – un piccolo borgo tra Messina e Catania – all’isola al largo di Trapani. Lucia sapeva che la “Generala” era una donna ferita ma accettava di restare all’oscuro di chi era responsabile di una cicatrice lontana. A sua volta giurava di non rivelare quella passione che aveva spinto la cugina tra le braccia di un compaesano ammogliato. Il segreto degli altri si rifletteva nel proprio. La ragazzina, ignara dei fatti del passato, custodisce le pieghe del presente.

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Picciridda vive nell’assenza di parole, in un mare di convenzioni e astio. Una lotta silente come il mestiere della nonna, una che veste i morti come nessuno sa fare. Dove la voce cede il passo alla preghiera. E alle lacrime. L’odio è un macigno pesante come una montagna. Non si sposta e non passa. È la cifra della sofferenza imposta. E la picciridda sa bene che sotto certe pietre non bisogna scavare. Lucia è l’innocente catapultata in un villaggio tenuto insieme dalle tensioni ma, a suo modo, è la bimba di tutti e di nessuno. Solo il tempo le guadagnerà il ruolo di confidente quando qualche spicciolo di verità e qualche squarcio di uno ieri remoto le verranno offerti a saldo di una conoscenza che spieghi i rancori. E in questa piega si perde l’infamia della bugia perché l’orco ha un passione cristallizzata nella sua cattiveria. Sembrare buono. L’uomo che sostituisce il papà volato sulle strade del lavoro e della lontananza. Lucia è una piccola cresciuta in fretta che conserva la magia dell’infanzia nel rapporto con l’unica amica e  coetanea con la quale riesce a esprimere il suo essere comunque bambina. Fanciullezza violata da un gioco troppo grande per la sua dolce età. E picciridda diventa grande all’improvviso. Tra il pianto e una macchia di sangue. Quando sembrava impossibile essere costretti ad aver paura.

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Il film ha profumi siciliani intensi che sembrano uscire da fotogrammi e sequenze. Paesaggi scabri al limite dell’aridità. Come tanti cuori e troppi animi. O le notti plumbee di due sedie rivolte verso l’eterno. Unico svago serale di due anziane alle quali è proibito il riposo della terza età. Il racconto scorre così, nell’incanto cupo e drammatico di una fanciullezza da dimenticare che l’oblio si rifiuta di accogliere. Inquadrature povere come i luoghi che fanno da teatro all’amore rubato a Rosa Maria da un commerciante stregato dal desiderio. O quel palcoscenico essenziale delle due vecchia che guardano il cielo fumando i rimpianti e il dolore. Un prolungato stacco sul nero aprirà l’epilogo. La narrazione siciliana si interrompe. Picciridda è diventata grande, parla francese ma accetta di prendere l’ultimo traghetto per tornare sull’isola della sua infanzia. Piangere sulla tomba della nonna morta e apprendere dalla prozia che cosa è accaduto dopo la sua partenza. Il tono cambia. La ruspante favola amara si trasforma in una successione di sequenze che stridono con le precedenti. Il film ruspante ma vero diventa un’americaneggiante cedimento a sua maestà l’ultimo atto. Come se, insomma, fosse sempre necessario capire tutto e tutto spiegare. E Licata non ha saputo resistere alla tentazione di guardare al cinema d’oltreoceano. Quel manierismo da cronista simboleggiato dalle didascaliche sovrimpressioni “vent’anni dopo”. Il regista si astiene nella forma ma non nei fatti e racconta una fine che poteva essere rivelata in altro modo. Senza togliere all’opera quel fascino che la contraddistingue per oltre due terzi della sua durata. Un’inutile limousine nella valle dei templi. Peccato.

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