VR13Non abbiamo bisogno di nessuno, noi.

Un’infanzia sperperata tra gli scherni. Il bacillo della follia forse nacque lì, nelle campagne di una Svizzera che gli aveva dato i natali, quasi casualmente, da una madre italiana e un padre adottivo, al quale il bambino diede la colpa del presunto uxoricidio. Questo fu il motivo per cui il giovane Antonio si fece chiamare Ligabue, abbandonando e dimenticando quel cognome paterno – Laccabue – al quale non voleva restare associato. Rimasto senza la mamma e con un papà detestato, il piccolo fu dato in affido a una famiglia di svizzeri tedeschi che lo presero in affido per ricevere le sovvenzioni statali. Benché il ragazzino considerasse la coppia come la sua famiglia, ebbe con quei “genitori” rapporti burrascosi e difficili che, nei primi anni del secolo XX, spinsero la Svizzera a espellerlo dopo un’aggressione alla madre, frutto di un’instabile assetto psichico. Il futuro pittore approdò così a Gualtieri, paese originario di Bonfiglio Laccabue, l’uomo che aveva sposato sua mamma e con il quale rifiutò ogni rapporto. In Emilia, quel giovane problematico ma dal grande talento pittorico visse fino al 27 maggio 1965 e là tuttora riposa nel cimitero del piccolo paese. Volevo nascondermi è il tributo che Giorgio Diritti – regista raffinato e di alte capacità qualitative – ha offerto attraverso il cinema, ripercorrendo la vita più che l’arte di questo autore considerato forse il migliore nell’ambito naïf italiano del Novecento.

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Il maestro bolognese, al quale si deve lo splendido L’uomo che verrà, in una filmografia parca ma di alto e prestigioso livello in tutti i suoi titoli, ha saputo indagare la vita del pittore cogliendone gli aspetti che maggiormente la legano all’attualità di un XXI secolo, solo all’apparenza molto distante dall’epoca di Ligabue, nato addirittura nel 1899. Emergono così temi, ancora oggi di grande impatto sociale, come il bullismo di cui il piccolo Ligabue fu vittima nell’infanzia svizzera che si tradussero nelle beffe di cui fu oggetto anche una volta giunto in Italia. Allora, il matto del paese era considerato un personaggio da prendere regolarmente di mira e quel giovane – già minato da problemi psichici – riuscì a superare le difficoltà, grazie alla sensibilità di quei pochi che riconobbero nelle sue capacità artistiche la sua personale cifra di rispetto. Quell’uomo, considerato alla stregua di un rifiuto o un reietto, veniva emarginato come chiunque fosse considerato non soltanto diverso ma perfino indegno dei sogni. E, in questa prospettiva, va interpretata l’impossibilità di sposare la donna che ama, una prosperosa Cesarina, ben lontana dal concetto di bellezza universalmente riconosciuto. In buona sostanza gli viene imposta e concessa l’attrazione finta e gli è preclusa l’ambizione a unirsi a una creatura reale ma effettivamente amata. Illusione polverizzata. Una denuncia di non poco conto in una società come l’attuale che vive una sorta di mercificazione di sensi e affetti.

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L’amore per gli animali e l’immedesimazione nei loro atteggiamenti, che finiscono per essere una sorta di studio preparatorio dei soggetti ritratti sulle tele, rappresenta e raffigura l’uscita di Ligabue (Elio Germano, premiato per la recitazione maschile con l’Orso d’argento al Festival di Berlino 2020) dalla società civile, sottolineata dal legame indissolubile e inestricabile di una comunione totale con il mondo della natura a differenza di quella, difficile e spesso impossibile, con i propri simili. Solo episodicamente questo assetto viene scomposto, come in occasione della mostra dell’artista a Roma, sempre preceduto da una simbologia in cui l’uomo Ligabue sembra fondersi con le sue creazioni. Esemplificativa, a questo proposito, la scena in cui l’artista si carica sulle spalle la sua statua, visto l’impantanamento del carretto su cui viaggiavano alla volta della capitale. I quadri diventano insomma i figli mai avuti. La sua stessa progenie, nata dall’intelletto anziché dalla biologia. E purtroppo, se Volevo nascondermi ha una sola piccola carenza, questa sta proprio nel non aver indagato il rapporto che lega quella lucida follia dell’artista alla sua grande creatività, sfociata in una produzione pittorica di primo piano che ha permesso collegamenti ideali con Van Gogh e Klimt dai quali in qualche caso Ligabue prese ispirazione. Una particolarità colpisce osservando la scenografia di Giorgio Diritti. L’alternanza tra gli spazi aperti della pianura del Po dove sembra irradiarsi la fantasia e il desiderio di fuga di un Ligabue appassionato motociclista e gli ambienti chiusi, quasi claustrofobici, della follia che sembra soffocare i giorni più che l’ispirazione di un uomo, schernito per le sue deformità fisiche e psicologiche, fonti delle molte costrizioni a cui era confinato.

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LA CURIOSITÀ – Il destino gioca con gli umani, è risaputo. Nel caso di questo film, la sorte ha sfidato la storia e la cronaca con le date della prima uscita pubblica dell’opera di Giorgio Diritti, avvenuta a pochissimi giorni di distanza dalla morte di Flavio Bucci, l’attore che interpretò proprio il pittore, in uno sceneggiato per la televisione, firmato da Salvatore Nocita, andato in onda dal 22 novembre al 6 dicembre 1977.

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