Il futuro può cominciare da voi. Subito

 

La Storia del Medio Oriente dilaniato è quella dell’odio. Energia inutilmente sprecata. Dopo duemila anni di morti e battaglie, a vincere è stata solo la retorica. Quella delle frasi fatte e dei concetti in fotocopia. Tra parole logore come tessuti consunti e concetti urlati all’universo dei sordi. Crescendo di Dror Zahavi non ha l’arrogante presunzione di fornire ricette giuste o taumaturgici consigli e racconta a modo suo una storia vera, di quelle con la esse minuscola che non fa rima con un’importanza ridotta rispetto a quelle con la maiuscola. Così, l’ispirazione viene dalla realtà. Era il 1999 quando il maestro Daniel Barenboim, argentino di origini ebraiche russe con cittadinanza israeliana, fondò la West Eastern Divan Orchestra con Edward Said – scrittore, docente e politologo di origini palestinesi – morto di lì a quattro anni. Il complesso era formato da virtuosi musicali delle due terre e doveva costituire un embrione per un futuro di pace, iniziando appunto dalle sette note. Indipendentemente dai fatti, il regista di Tel Aviv ha immaginato una vicenda sganciata dalla cronaca in cui tuttavia le tensioni tra i due gruppi – ebreo e arabo – minacciavano la sussistenza del gruppo. La civile convivenza. E soprattutto quello a cui davvero si intendeva dar vita. Una fratellanza lontana dall’odio. E la trama narra appunto di un celebre direttore d’orchestra impegnato prima nelle selezioni degli artisti e poi a fare da guida e dirimere i barlumi di guerra, emersi anche in una cornice apparentemente lontanissima da conflitti armati. Pregiudizi e diffidenze come nemici striscianti che minacciano ogni buon proposito. Un accordo che stenta a farsi strada. La prospettiva di un concerto in cui esibire un programma musicale e un esempio di concordia che vacillano sempre più. Finché, a mandare a monte ogni progetto, è curiosamente… l’amore. Un timido clarinettista arabo e una violinista israeliana si confidano i loro sentimenti e decidono di fuggire insieme verso un futuro di coppia ma ad attenderli sarà una tragedia inattesa.

Crescendo offre numerose chiavi di lettura. In primo luogo l’orchestra, vista come esempio di una collettività eterogenea guidata da un capo riconosciuto. L’effetto dell’armonia delle sue parti contribuisce a creare un effetto di unità. Nel film a destabilizzare questo concetto si aggiunge il passato della bacchetta, figlio di medici nazisti che avevano lavorato nei campi di concentramento, finendo uccisi al termine del conflitto. L’odio del presente si somma a quello del passato e rende ancora più difficile la coesione generale. In questa prospettiva, l’opera di Zahavi sembra richiamare Il concerto di Radu Mihaileanu, dove saranno ex sovietici in viaggio nell’Europa occidentale e disperdersi fra le infinite distrazioni che il partito comunista aveva interdetto al popolo. In secondo luogo lo schema narrativo. L’inizio inquadra un punto della storia che può essere definito come il preambolo dell’epilogo. Dopo la sequenza di avvio si compie un notevole balzo all’indietro nel tempo per portare alla luce quelle che si intuiscono essere le origini di un amore. Sorprendentemente però questo sentimento stride con le sensazioni diffuse negli animi degli orchestrali, fino a giungere con il racconto ai fotogrammi iniziali, ben riconoscibili dallo spettatore. Comincia a questo punto il drammatico epilogo che porterà i protagonisti verso un inedito concerto conclusivo, in cui la vetrata che separa gli artisti evoca muri e divisioni, ovvero nuova simbologia di un’incomunicabilità abbattibile soltanto dal miracolo della musica e dal sogno di una polifonia veramente corale. Questo traguardo è però raggiungibile passando attraverso tappe definite, apparentemente inefficaci come le trattative e le tavole rotonde, simboleggiate da quegli allievi radunati in forma di cerchio, prima di un confronto che sfoci in una distinzione tra favorevoli e contrari a un processo di pace individuale prima ancora di essere globale.

Infine, l’aspetto musicale. Da sottolineare in particolare la scelta di due brani, posti in punti strategici del film. Le quattro stagioni di Vivaldi, così comunemente denominate, sono concerti per violino e orchestra compresi nel Cimento dell’armonia e dell’inventione, titolo che sembra ricollegarsi idealmente a quella univocità musicale tanto pervicacemente inseguita. E non è casuale il fatto l’assolo di violino rappresenti una sorta di pietra dello scandalo che divide una ragazza araba scelta come prima orchestrale per doti caratteriali più che virtuosistiche, a dispetto di un più bravo collega israeliano. Sarà appunto l’armonia che dovrà scaturire dal loro rapporto artistico a determinare il processo di costruzione di una pace sociale in campo musicale, capace di trasformarsi in concetto universalmente allargato. Intanto però uno solo sarà il “primus inter pares” che l’altro non accetterà né riconoscerà, alimentando altri contrasti. Allo stesso modo, ugualmente cruciale risulta la scelta del Bolero di Maurice Ravel. Non è tanto un legame “narrativo” a giustificarne la presenza nel film. La gitana che con la sua danza riesce ad attrarre gli altri ballerini per la sua capacità seduttiva, sembra lontanissima dal contesto di Zahavi. Tuttavia non lo è affatto la considerazione che il Bolero deriva il suo nome dal celebre ballo spagnolo cadenzato e ritmato. E, musicalmente, costituisce forse il “crescendo” più famoso e intenso della musica sinfonica contemporanea e quest’ultimo aspetto spiega non soltanto la scelta di includerlo come commento musicale ma anche il senso semantico di un auspicio relativo a un processo di pace che subisca lo stesso andamento del brano composto da Ravel nel 1928. Costante. E in crescendo.

 

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