Nedjma aveva un’ambizione che non era quella di fuggire dall’Algeria, al contrario di tanti suoi coetanei. E pure un talento. Disegnare moda. Ma aveva anche un “problema”. Era una donna. E la società islamica non prevede che una femminuccia possa aver voglia di divertirsi. Lavorare. Vestirsi in modo da valorizzare la sua femminilità. Insomma, niente di nuovo sul fronte arabo. Apparentemente. E invece c’è anche chi non desiste, neppure quando vede la sorella uccisa a bruciapelo dal solito fondamentalista in agguato. Nedjma è una collegiale e deve scontrarsi con la volontà di chi nulla vuole rischiare. Chi si arrende. Si sottomette. E, nella paura di mali peggiori, subisce l’altrui tracotanza. Ribellarsi ha un prezzo e Nedjma lo affronta fino in fondo con la consapevolezza che ogni battaglia lascia inevitabilmente sul campo il corpo di qualche eroe. Anche quelli che non hanno nome. O meglio, pur avendolo, restano anonimi. Ignorati dalla memoria. Così Nedjma diventa “papicha”, che in italiano andrebbe tradotto con “anticonformista” e, nell’esterofilo linguaggio globale, “hipster”. Sia come sia, ciò dimostra quanto inadeguato sia il titolo italiano – Non conosci Papicha – che bastava ricalcare sul modello originale per non tradire le intenzioni. Semplicemente Papicha, come il film dell’esordiente Mounia Meddour che è stato presentato e acclamato all’ultimo festival di Cannes nel 2019, all’interno della sezione “Un certain regard”, rivelando le qualità dell’attrice Lina Khoudri, franco algerina di 27 anni, della quale si risentirà presto parlare a proposito del prossimo film di Wes Anderson, The french dispatch che avrebbe dovuto aprire le danze sulla Croisette nel 2020 se il coronavirus non avesse fatto saltare tutti i programmi.

Simbolica e ad altissima tensione drammatica, la scena dell’assassinio della sorella della protagonista che torna a casa per una parentesi in famiglia alla sua vita francese. Quello che viene letto come un tradimento dagli integralisti è punito con implacabile crudeltà e poco importa chi lo commetta. Si intuisce che è una donna a sparare perché avvolta nella hijab, veste tradizionale degli abiti femminili islamici. Papicha assiste di spalle, inquadrata in primo piano con le lacrime a solcarle il viso nell’udire i colpi. Dietro di lei, sfumata, in lontananza, viene mostrato l’omicidio come condanna per il futuro che la vittima aveva scelto lontano dall’Algeria. In sintesi, ciò che sta compiendo Nedjma ripresa nell’atto di allontanarsi da casa, seppur – nel suo caso – per un’assenza soltanto temporanea. Tuttavia, l’intero film è una dettagliata antologia di ciò che l’Islam proibisce alle donne e come le punisce. Nedjma assiste all’amore impossibile di una coetanea, imposta in sposa a un uomo che non ama mentre quello al quale è sentimentalmente legata la mette incinta senza poi prenderla in moglie. Il ragazzo al quale Papicha sembra volersi legare, pensa a fuggire dal Paese nordafricano mentre un amico comune rivela il suo profondo integralismo religioso, criticando e bocciando le ambizioni e le aspettative future di quell’indomita protagonista. E la sfilata con abiti da sposa – un altro simbolismo tutt’altro che superficiale e ancor meno casuale – sembra dover saltare per la viltà della direttrice della scuola salvo poi essere teatro del drammatico atto finale.

Non conosci Papicha è un’opera di pregio stilistico e narrativo, capace come poche altre di tenere alta la tensione del pubblico, portando alle estreme conseguenze le premesse già avanzate da un altro film sul tema della condizione delle donne nell’Islam – La candidata ideale di Haifaa al Mansour – nel quale pure, in tono decisamente più disincantato e meno tragico, si mette in luce la condizione femminile in Arabia Saudita. Cambia la geografia, non la sostanza in questa fase di storia sociale in cui i maltrattamenti femminili arrivano perfino alla strumentalizzazione della religione pur di trattenere in una sorta di schiavitù trimillenaria un gentil sesso, trattato in modo ben peggiore dell’essere considerato un oggetto. Bandiera che aveva unito le femministe  post sessantottine. Qui si tocca prepotenza e tracotanza. Sopruso e violenza. Sopraffazione e segregazione. Atti che nessun dio perdonerebbe e sui quali sembra necessario dover porre l’accento negli anni Venti di un terzo millennio in cui ci si era illusi che l’umanità intera avesse imparato qualcosa dalla propria evoluzione. Invece non sono bastati duemila e rotti anni per comprendere e attualizzare concetti basilari ed essenziali che ora il cinema si appresta a proporre e toccare. Mounia Meddour, figlia d’arte di un regista algerino e di madre russa, dopo tre documentari e un cortometraggio, racconta la storia amara dell’Algeria negli anni Novanta. Nella cosiddetta “Decade nera”, furono uccise più di 150mila persone dopo che una giunta militare prese il potere con un colpo di stato l’11 gennaio 1992, dando il via a un periodo di repressioni implacabili che arrestarono il processo di democratizzazione in corso. I militari restarono al potere per quasi due anni ma prima che un regime pluralista riprendesse il suo corso si dovette attendere la fine del secolo.

 

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