Le mille sfumature di una coppia in sala da ballo. Dove la vita intera è quasi danza, sofferta e ritmata da sventure individuali. Scelte leggere. Cadaveri della colpa che camminano sulle strade di esistenze ferite. Ema di Pablo Larraìn è la storia di una donna che si unisce al proprio coreografo. Non solo legame. Non solo convivenza. Al contrario, immersione totale. Quotidianità e lavoro diventano un tutt’uno inscindibile in cui è difficile districarsi. Capire dove finisce l’una e comincia l’altro. Dove gli errori di una di queste dimensioni si riflettono indelebilmente nello specchio dell’altra. E il vortice che risucchia animi e sentimenti diventa all’improvviso una potenza accerchiante. Un uragano distruttivo che travolge il morale e la moralità. Tuttavia se l’acqua calma e placa, il fuoco brucia, arde e divora. Ed Ema è fiamma insaziabile. Devastante. L’equilibrio si incrina quando Gaston non è più in grado di contenere Ema. Insieme hanno adottato un bambino, Polo, e insieme lo hanno “restituito” ai servizi sociali dopo aver dimostrato la loro incapacità di allevarlo. Il verbo gestire, usato nella sceneggiatura, spiega l’equivoco e al tempo stesso l’immaturità di due genitori abbozzati nel loro continuo rincorrersi e distanziarsi. Fronteggiarsi e lanciarsi in faccia parole come strali, prima che un nuovo tentativo di equilibrare lo squilibrio ricominci dalle ceneri. Lo sfondo di questo melodramma è una Valparaiso che poco importa identificare. È sempre il Cile la cornice dei racconti del regista ma mai come in questa occasione la città è soltanto un contesto che potrebbe assomigliare a qualsiasi altra realtà. Sono gli uomini, con il loro sentire, i protagonisti di una storia che non si ricollega alla Storia, scandagliata in una trilogia sugli anni di Pinochet da Tony Manero a  No – I giorni dell’arcobaleno, passando per Post mortem.  E nemmeno alla biografia con JackieNeruda.

Sono domande, quelle che il regista pone a chi guarda Ema. A chi vuole capirne la personalità. A chi mette a confronto l’anarchica libertà della ballerina di reggaeton con lo schematismo teorico e fallibile del compagno Gaston. Interrogativi e quesiti che ognuno chiarisce a modo proprio. Un cinema che non vende verità acquisite né dogmi infallibili e non si smentisce ma sceglie il linguaggio simbolico più appariscente. La donna è icona di un vivere liberi che diventa esemplificativo nei letti che visita e attraversa. Lenzuola maschili e femminili che si accavallano e si contorcono, sudano e finiscono a brandelli. E, simultaneamente, da quel lanciafiamme che al tempo stesso illumina le tenebre di Valparaiso e distrugge le scorie di rapporti fragili. Sbagliati. Reagisce all’impossibilità fatta comando. Il fuoco rischiara il buio ma azzera equivoci e debolezze. Colpe, errori, responsabilità. O almeno così crede Ema che, non a caso, sceglie di scatenarsi in una danza dal ritmo serrato. Martellante. Addirittura ossessivo. Come la responsabilità della colpa che tenta di mettere a tacere facendo leva sull’amore. Carnale e cardiaco ma pure razionale e sentimentale. Non si arrende all’insuccesso. Tenta di recuperare figlio e marito, gettando in faccia a quest’ultimo i cocci di una vita che è detestarsi eppur essere indissolubilmente legati. E proprio il campo-controcampo di cui Larraìn sembra quasi abusare diventa lo strumento tecnico di questo serrato confronto tra due anime che non si risparmiano nulla nel male più che nel bene. Dove Ema è fuoco che arde e Gaston è un camino che fatica a contenere le fiamme.

L’amore insomma è cosa meravigliosa ma tremendamente complicata per questa protagonista scabra, liscia. Apparentemente insensibile che nasconde le sue paure dietro un aspetto esteriore da sembrare figlio di un’elaborazione cibernetica. Una sorta di metallo che il fuoco non può toccare né mandare in crisi e anche per questo riesce a pilotarlo con tanta sicurezza senza mostrare il minimo timore di perderne il controllo. Al suo cospetto Gaston è assenza. È l’uomo di oggi, temerario e fragile più della determinazione femminile. È coscienza e ragione. Pensiero. Di fronte all’irrazionale esuberanza di irrequietezza che si serve dell’energia per reagire a una colpa condivisa. Così Ema diventa anche una dimostrazione teoretica del differente modo di affrontare la colpa. Quel bambino “restituito” che ha acceso il fuoco da cui i due protagonisti escono moralmente dilaniati diventa la responsabilità ingestibile. Il cruccio e la fine. Quelle stesse offese che nelle prime riprese vengono sbattute in faccia a Ema e presto diventano il capo d’accusa non soltanto per Gaston ma anche per entrambi come coppia. Un terzo soggetto che si aggiunge alle due individualità, in questo braccio di ferro fratricida dove il piccolo Polo è davvero oggetto. Davvero strumento. Rimandato indietro come una merce difettata, si trasforma nel banco di prova in cui di difettato esiste il sistema. Una società che ha creato una coppia incapace di badare a se stessa e quindi a un figlio. Una società che ha sbagliato anche nelle sue strutture assistenziali affidando il piccolo a due incapaci dal lato psicologico, prima che da qualsiasi altra prospettiva. Dedicato a chi ama leggere e leggersi fra le righe. A chi non ama il didascalico. A chi si lascia intrigare dal simbolismo di un racconto più che dal succedersi degli eventi.

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