Nulla che sia umano mi è estraneo

 

Il passato e la storia lacerati con il coltello del tempo. Come se i secoli si confondessero, l’oggi assomigliasse terribilmente a uno ieri remoto e certi volti fossero simili a tanti che si aggirano per le nostre vite. Si chiama attualità e la volontà di sottolineare le attinenze trasversali a distanza di oltre 150 anni è tanto pericolosa e insidiosa. Ma è su questa strada che si incontra Eleanor Marx, ultima figlia di Karl, l’autore del Capitale. Un personaggio fra i meno indagati, che la regista Susanna Nicchiarelli ha scelto come protagonista del suo film d’esordio, dopo anni alle spalle di Nanni Moretti. E a questo punto l’ideologia potrebbe fare un sol boccone di letteratura, Settima arte, economia e politica. Mai pregiudizio fu più sbagliato perché Miss Marx, presentato alla Mostra di Venezia, è tutt’altro da agiografia e celebrazione, che nessun diritto di cittadinanza avrebbero sul personaggio. E tantomeno biogafismo spicciolo, utile solo a qualche bigino di relativa utilità. La finalità evidente è piuttosto la volontà di mettere in correlazione con la contemporaneità problemi sociali e individuali di un XIX secolo che vive nei libri di storia. E Tussy, vezzeggiativo della sestogenita del filosofo, ne incarna tutte le caratteristiche, accentuate da un uso della musica in cui convivono brani classici con un rock’n roll sguaiato che fa a brandelli perfino Bruce Springsteen. A ciò si aggiungano addirittura le note dell’Internazionale, intonata in francese. Un’accozzaglia, penserà qualcuno sbagliando ancora. I moduli convivono in buon ordine e sono funzionali a un versante della narrazione. La parte sinfonica accompagna il racconto della quotidianità ottocentesca con i suoi risvolti da borghesi intellettuali ma socialisti mentre il tritatutto dei Downton boys, punk rock band americana forse scelta anche per quell’album intitolato Full communism, segue il materiale d’archivio che la regista propone per mostrare le condizioni, delicate e precarie, dei lavoratori nell’Inghilterra di quegli anni. Insomma, fotografie e immagini rispolverate e restaurate in ottima qualità che una musica dei nostri tempi sembra ricollocare nel terzo millennio. L’inno socialista infine riecheggia a corredo dello spargimento delle ceneri di Engels. Una mezza via tra commemorazione e tributo di un uomo legato profondamente a Marx ma lontanissimo dalle sue incoerenze.

A questo punto si precipita nel versante più “umano”, in cui il pensatore tedesco resta sullo sfondo di una narrazione che non risparmia i suoi lati più oscuri e discutibili. L’amore profondissimo al quale si riferisce Eleanor nelle riprese di apertura che inquadrano il funerale del padre mette a nudo tutte le sue opacità con quei segreti, nascosti e conservati in vita, ma rivelati da Engels solo in punto di morte. Così quella passione indissolubile per la moglie, attesa lunghi anni prima di poterla sposare, diventa un po’ barzellettistica a confronto della sconcezza di essersi legato di soppiatto a Helene Demuth, la domestica della moglie, dalla quale avrebbe avuto un figlio illegittimo, celato per onor di ipocrita decenza nelle cucine della villa dell’amico Friedrich. Un altarino, per dir così, che quest’ultimo rivelò poco prima della propria fine per diradare i dubbi che non soltanto la sua famiglia nutriva in merito a quella mai chiarita presenza nelle viscere di casa. È la stessa Eleanor a scoprire la verità e a scoppiare in pianto davanti a quel fratellastro trovato all’improvviso. L’amore insomma non è sempre quello che sembra, neppure per gli oltranzisti della laicità come lo stesso Marx, che disse il giusto nell’ammettere che “nulla di umano mi è estraneo”. Tuttavia, se molto ci sarebbe da eccepire sull’etica e sul paradossale eterno riposo del filosofo che, nel cimitero londinese di Highgate, ospita nella propria tomba moglie e concubina, oltre alla stessa Eleanor che più tardi lo avrebbe raggiunto, fu proprio l’amore a rivelarsi il tasto sensibile di casa. Al contrario del genitore che sposò la donna che amava facendo un figlio al di fuori del matrimonio con la confidente della gentil consorte, Tussy mandò all’aria un matrimonio concordato con un uomo più anziano di lei per unirsi a un drammaturgo, già sposato, con il quale visse more uxorio a distanza fino all’ennesima atroce beffa. Rimasto vedovo, il dissoluto commediografo Edward Aveling sposò un’attrice di secondo piano, nelle pieghe del silenzio. Nonostante fosse stata avvisata da amiche e familiari che quell’uomo non fosse giusto per lei, Eleanor accettò gli sperperi dello scrittore, i suoi tradimenti, bugie e falsità per poi uccidersi di fronte a quell’ultima terribile beffa. Così va il mondo dove il cuore non segue i sentieri della ragione perché forse non li conosce. In sintesi, la corruzione dei costumi non è cosa di oggi.

Il film segue tutte queste vicende con la scrupolosa attitudine di uno storico deciso a raccontare la verità oltre l’ideologia. Senza nulla scontare nemmeno al pantheon social-comunista. E alla politica si ritorna perché se Eleanor fallì e pagò di persona i propri disastri sentimentali, fu però il vessillo di un femminismo molto diverso da quello che s’intese nel Sessantotto. La difesa per i diritti delle donne oggi sembra ricordare da vicino la crisi dei femminicidi. Le condizioni disperate del lavoro minorile e degli operai in generale non si discosta molto dal precariato che oggi condiziona i giovani e, non a caso, l’accostamento tra le immagini di archivio di quei progenitori con l’era della Thatcher sembra creare un collegamento concreto tra lo ieri lontano e il presente di cui si accennava. Forme e fisionomie differenti di uno stesso tipo di sofferenza ad attraversare secoli e generazioni. Nell’800 si lottava per il diritto di voto, oggi per una parità non sempre consolidata. Le quote rosa insomma sembrano la coniugazione di una necessità mai del tutto risolta anche se la distribuzione numerica di posti riservati al gentil sesso per imposizione è forse l’ultima e peggior offesa che si possa studiare, mascherandola da gesto di civismo. I meriti si conquistano per capacità e non per lottizzazione, qualunque siano i criteri ma questo è un altro capitolo che nulla c’entra con Miss Marx, un ottimo film in cui le riprese in costume e i dialoghi non sono mai retorici né pomposi. Barocchi o ancor meno falsamente ricercati. Dove, piuttosto, il parallelismo di due epoche lontane sveglia lo stupore ingenuo di chi raramente ha riflettuto sui problemi e i costumi che i secoli hanno davvero corretto e risolto.

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