Adoro sentire parlare di me ma stavolta non riuscirò ad ascoltarti…

 

Quando il cinema decide di parlare di malattia, soprattutto se spesso non curabile, il risultato è duplice. L’angoscia apre la strada alla commozione ma, prima di lasciare un varco alle lacrime, distrugge il morale. In alternativa ne escono storie già viste, opprimenti e difficilmente digeribili per l’inutile retorica tracimante. Pericoli evitati nella commedia francese Il meglio deve ancora venire di Mathieu Delaporte e Alexandre de La Patelliére, abilissimi a raccontare una storia ad alto potenziale depressivo e poco innovativo, trasformandolo completamente in qualcosa di nuovo, mai visto e a tratti decisamente leggero senza mai scadere nel banale. Un’operazione riuscitissima, insomma, pur toccando i terribili e temibili tasti del cancro. Arthur (Fabrice Luchini già incontrato in infiniti titoli come Moliére in bicicletta, Il mistero Henry Pick, Alice e il sindaco solo per citarne alcuni) e Cesar (Patrick Bruel nel cast de Il sacchetto di biglie) sono amici fraterni dai tempi del collegio. Meticoloso, preciso, ricercatore indefesso e attento il primo. Guascone, bizzarro, goliardico e sciupafemmine dalle mani bucate il secondo. Il giorno che uno accompagna l’altro al pronto soccorso, dopo una caduta poco accidentale dal balcone, una radiografia che doveva escludere fratture evidenzia una neoplasia polmonare. A ricevere la notizia è Arthur che si dà poca pena, avendo prestato la tessera sanitaria all’amico per quell’occasione e quindi destinatario di una diagnosi che va invece addebitata a Cesar. Sorge a questo punto il problema di spiegare all’amico l’infausta sentenza ma il medico, scrupoloso e meticoloso, per una volta si tradisce e viene frainteso. Il malato capisce che a vivere gli ultimi mesi è il compagno di scuola e di giochi. A quel punto, decide di compiere ogni sforzo per far realizzare all’amico i sogni inconfessati di una vita, progetto che nel frattempo si fa strada anche nelle intenzioni dell’altro.

Ne esce così una commedia degli equivoci che stempera in più punti la drammaticità di una cornice rimasta sempre sullo sfondo, al tempo stesso presente ma mai protagonista assoluta. Con questo meccanismo narrativo i registi riescono a sottrarre l’elemento dell’angoscia pur senza mai scadere nel futile e in banali scontatezze. Insomma, in più di un punto si ride perfino anche se, a mente fredda, chiunque comprende che non c’è nulla da ridere. Un’operazione che riesce anche per le capacità recitative dei due protagonisti, entrambi dotati di una vena umoristica mai volgare e sempre sul crinale di una scanzonata serietà, se è ammissibile l’ossimoro. Arthur e Cesar, così diversi in tutto e così uguali nel concepire l’amicizia come una forma di amore disinteressato, fanno a gara ad accontentarsi pur senza evitare qualche litigio come in ogni buona famiglia che si rispetti. Attenti al lato umano nella loro opposta prospettiva idealistica e di vita, cercano di regalare l’uno all’altro gli ultimi momenti di felicità prima della fine. Finché, in un viaggio della speranza, architettato da Cesar che porta Arthur da uno specialista indiano, ritenuto un genio della medicina e della chirurgia, si scopre che anche il paludato medico soffre della stessa malattia. A questo punto il film potrebbe trasformarsi in un incubo ma ancora una volta i due registi riescono a evitare l’insidioso agguato dell’angoscia, tenendo il pubblico ancorato a una storia che, in mani diverse, avrebbe avuto una sorte decisamente segnata e un invito all’oblio. Invece… L’orizzonte riesce a trovare sfumature rosee in un tema dall’odore di apocalisse.

Ne è spia il titolo, tradotto letteralmente dall’originale francese, che lascia assaporare un profumo di ottimismo in un contesto in cui purtroppo, normalmente, il meglio viene raramente avanti. Ed è proprio questo il messaggio di positività di un’opera che si lascia amare e, quasi quasi, in qualche tratto sembra voler addirittura dare coraggio a chi si trova invischiato nella palude di questa crudele patologia. Il meglio insomma non viene mai e almeno al cinema è bello immaginare che anche una tragedia possa avere anche lati meno amari. Da una prospettiva della sceneggiatura il coefficiente di difficoltà, altissimo, era evitare i rischi di cui sopra. Ne esce così un racconto progressivo che non si affida a simbolismi o voli pindarici, non mescola le carte né ricorre a montaggi azzardati e consequenzialità fantasiose. Il film procede così nello sviluppo logico di una coerente narrazione senza gesti innovativi o coraggiosi. In fondo, non serviva neanche. In buona sostanza l’intento principale doveva essere quello di raccontare l’animo e l’amore fraterno, declinato in chiave di amicizia lunga una vita. La stessa che giustifica goliardate e giudizi talvolta impietosi, scoccati con l’animo di chi non vuol far male ma si sente nelle condizioni di pronunciare quella parola in più. Vietato aspettarsi simbolismi. Letture fra le righe. Colonne sonore che sottolineino momenti cruciali. Qui si ride con la stessa facilità con cui si piange. Un’alternanza solo nelle corde dei più bravi. Preghierina finale a produttori e distributori di casa nostra. Non fatecelo rivedere con Giallini e Mastandrea, please. Lasciateci questa piccola perla francese negli occhi e nel cuore.

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