Se mi lascerai, non potrai fare altro che morire.

 

Amore avvolgente e cristallino. Come l’acqua. Dove tutto nasce e tutto torna alle origini. In mezzo, una costruzione dello spazio e il suo rapporto con il tempo. L’uomo plasma l’ambiente. Fa sorgere città a propria misura ma le forme architettoniche non sono immutabili. Si adeguano alle epoche. Alle necessità. Perfino ai governi e ai regimi. Berlino diventa così un paradigma di ciò che avviene in Undine – Un amore per sempre di Christian Petzold, regista al quale il cinema tedesco si affida per rinascere dopo oltre mezzo secolo di buio pesto. E, dopo Il segreto dei suoi occhi – rifacimento del capolavoro di Josè Campanella – compie un deciso passo avanti con La donna dello scrittore, per approdare a livelli altissimi con quest’ultima fatica, presentata con successo alla Berlinale. Una metropoli plastica che da inanimata si trasforma in vivente. Pulsante. Vibrante. Come la protagonista che esce dal mito e approda sulla terra. Una donna, Undine (Paula Beer, già ammirata in Frantz di François Ozon oltre che nel precedente film di Petzold), viene lasciata dal fidanzato che però la rassicura sui suoi sentimenti. Lei lo minaccia della sorte che lo attende per mano sua e torna al suo lavoro di storica dell’architettura al museo della capitale tedesca, dove spiega ai visitatori le fasi dello sviluppo della città. In una pausa si affretta verso il locale dove Johannes l’aveva abbandonata e non lo trova. Capisce che è finita per sempre, tuttavia s’imbatte in Christoph, un maldestro sommozzatore per il quale scatta un reciproco colpo di fulmine. Così improvvisamente come era sbocciato, il legame sembra andare in tilt. Il nuovo compagno scopre il passato di Undine e in una drammatica telefonata la rimprovera di averlo tenuto all’oscuro ma, subito dopo, subisce un infortunio in un’immersione da cui sembra non potersi più riprendere. A quel punto toccherà alla donna risolvere il nodo ingarbugliato.

Opera che fa del simbolismo la sua cifra distintiva, Undine – Un amore per sempre si riallaccia al mito germanico dell’Ondina e lo rielabora fino a calarlo completamente nell’attualità. Il racconto romantico, scritto nel 1811 dalla penna di Friedrich de la Motte Fouqué, viene rielaborato e raccontato in parallelo alle fasi architettoniche che caratterizzano i mutamenti di Berlino in un susseguirsi di epoche storiche e sociali in cui la metropoli cambia volto e fisionomia, in rapporto alle mutate necessità e funzionalità che le vengono richieste. In particolare l’Humboldt forum che non esiste ancora ma ricalcherà le forme di un palazzo del XVII secolo “perché nulla evolve”. E i plastici che Undine mostra ai suoi ascoltatori rappresentano la forma e la cornice sulla quale si innesta una realtà, resa subito palpabile dal passaggio della donna al locale dove spera di ritrovare il fidanzato pentito. La denotazione dell’architettura sembra rinviare così a qualcosa di immutabile che viene subito smentito dai fatti. Johannes è sparito e, al suo posto, compare uno sprovveduto ma sincero Christoph. Cambia la vita, anche sentimentale con la stessa disinvoltura con cui mutano le città. Ai diversi contenuti non si coniugano diversi contenitori. L’edificio esteriore è dunque lo stesso anche se ospita anime nuove. Non a caso, il folgorato Christoph si appoggia malamente e manda in frantumi l’acquario. Entra in scena così l’elemento primordiale dal quale sarà impossibile allontanarsi per il resto della narrazione, perché è proprio sommersi dall’acqua che scoccherà il sentimento fra i due per poi concretizzarsi e sublimarsi nelle immersioni del palombaro, impegnato professionalmente a riparare turbine subacquee. Il mito di Ondina, figlia del re del Mare, che approda sulla terra per trovare un amore umano grazie al quale diventare immortale, è a questo punto decisamente concreto. Nel racconto la fanciulla dovrà tornare al mare nel caso in cui dovesse subire torti dall’uomo cui si legherà e costui dovrà – appunto – morire. Come Ondina subisce l’onta di Huldbrand von Ringstetter così Undine viene abbandonata da Johannes.

Tutto torna, quindi,  secondo uno schema che fa dell’inesorabilità un destino non aggirabile. Nell’acqua si completerà il resto della trama con l’incidente di Christoph e un epilogo che può apparire criptico a prima vista, costringendo lo spettatore a scavare nel retroterra del film. Un’opera che mescola cinema, letteratura e mitologia, imponendo riflessioni e necessità di documentazione, distaccandosi dalle facili e consunte trame di opere esili e prive di spessore. Tutto, insomma torna all’acqua da dove tutto si origina. Il mito di Ondina e la nascita di ogni nuova vita, figlia dell’amore che è alla base del principio generativo. Un teorema che la settima arte ha visitato ripetutamente e La forma dell’acqua di Guillermo Del Toro è solo l’esempio più recente. Entrambe prodighe di riferimenti simbolici che, nella scena dell’innamoramento fra Undine e Christoph, mostra forse il parametro più evidente. L’uomo si appoggia all’acquario che va in mille pezzi e, nel cadere, la statuetta di un sommozzatore finisce tra le mani della donna, a terra come quello sconosciuto, fra decine di pesci agonizzanti. Non è un caso che nella sequenza successiva, Undine sia sulla piattaforma da dove Christoph si è gettato e, al suo riemergere, confessi di aver visto un enorme pesce gatto, mostrato pure nei fotogrammi della scena del sub al lavoro. Non è tutto. Di lì a poco il modellino viene fatto cadere inavvertitamente da una collega di Undine e si rompe un arto. La protagonista lo incolla e ne ripristina l’integrità. Non necessariamente una comune e feconda felicità. È un’allusione a ciò che accadrà in seguito. Dapprima con l’infortunio di Christoph, preludio a una conclusione dove l’acqua torna a essere l’elemento primordiale. Alla stessa stregua dell’amore eterno che segnerà il destino di Johannes e Christoph. Perché, in fondo, non c’è sentimento senza un bagno insieme.

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