Sette giorni in una fortezza con il fiato del nemico addosso. Ma chi sarà mai questo rivale del quale non si vede né traccia né ombra. Un mistero per il Magistrato (Mark Rylance, premio Oscar come miglior attore non protagonista ne Il ponte delle spie) e, tutto sommato, anche per il colonnello Joll (Johnny Depp) cui spetta l’obbligo di un’ispezione per accertare il corretto operato del rappresentante di un governo assente. Inizialmente, il rapporto fra i due è un misto di subordinazione e collaborazione fino a trasformarsi in una scacchiera dove il Magistrato e l’ufficiale cercano di scoprire chi mai sarà il barbaro di turno, vagamente indicato in una popolazione di nativi verso la quale si intuisce un atteggiamento differente dei due protagonisti. Il cattivo non è mai così cattivo come talvolta lo si dipinge e l’attesa diventa il vero tema dominante di Waiting for the barbarians di Ciro Guerra, giovane regista colombiano con titoli di tutto rispetto in curriculum, tra cui spiccano El abrazo de la serpiente e soprattutto Oro verde – C’era una volta in Colombia. Quest’ultimo, in particolare, un western contemporaneo. Di frontiera. Etnico e violento. Caratteristiche che si riflettono anche in quest’ultima fatica dove il ritmo è rallentato, la suspense quasi inesistente e la fotografia eccellente. Un andamento studiato, pensato e realizzato anche nell’uso del linguaggio, decisamente evidente a chi lo vedrà in versione originale dove scoprirà una lingua inglese scandita con estrema chiarezza, al punto da rendere quasi inutile la sottotitolazione.

Diviso in capitoli corrispondenti ai giorni della settimana in cui si svolge la vicenda narrata, il film pretende molta calma e attenzione e chiede al pubblico la pazienza di aspettare lo sviluppo di eventi distillati con estrema parsimonia. Una scelta precisa che stacca quest’opera dal segmento commerciale di facile presa per soddisfare invece il palato degli spettatori più ambiziosi e pretenziosi. E, curiosamente, l’attesa diventa la cifra di un’avventura poco mossa ma molto intensa, che si sposa con i tempi dilatati che l’hanno separata dalla sua presentazione a Venezia nel 2019 e approdata solo dopo oltre un anno nelle sale. Impossibile, per i più preparati, non ritrovare i tratti caratterizzanti del romanzo di Dino Buzzati Il deserto dei tartari, pur in realtà derivando dal libro dello scrittore sudafricano John Maxwell Coetzee, premio Nobel della Letteratura nel 2003, con l’omonimo titolo. Tra gli spunti dominanti spicca anche il motivo del maltrattamento femminile intorno al quale si snoda lo scontro fra il Magistrato e Joll, volti diversi di un modo di gestire il comando. Dialogante e umano il primo che fonda il suo pensiero sulla ragione e il pluralismo, arrogante e autoritario il secondo che fa della forza, della prevaricazione e del sopruso i suoi attributi più evidenti. E proprio una modesta popolana dai tratti nativi diventa il terreno di scontro fra i due, dopo che uno la restituisce alla famiglia dopo averla curata e l’altro accusa il Magistrato di averne fatto la propria concubina. La verità sembra avere insomma molte sfaccettature e diventare un terreno manipolabile a seconda delle occasioni. In questo incastro si gioca la partita a scacchi in cui l’uomo di legge e il colonnello si scoprono nemico l’uno dell’altro senza che siano i barbari a perpetrare l’atteso ma mai consumato attacco alla fortezza.

Il rivale ufficiale ha quindi fisionomie ben diverse da quelle immaginate e il braccio di ferro si consuma con una sorta di proprio omologo più che con il diverso, propriamente inteso. E a questo punto si fa strada un tema ulteriore, la paura che tiene ostaggio l’uomo a differenti margini di intensità. Ha paura il Magistrato davanti al capo dei nativi  ai quali riconsegna la donna, a sua volta vittima del terrore davanti al governatore. Il parallelo si presta a essere ampliato fino a rendere i due personaggi come simboli di regimi differenti – pluralismo e dittatura – in un perenne confronto, in cui il popolo resta lo strumento di una pressione costante. Non deve sfuggire infatti che il Magistrato non ha nome, il colonnello ha un cognome raramente utilizzato ed evocativo e l’intera vicenda non è ancorata a un riferimento geografico preciso. La fortezza nel deserto è ubicata in una terra di nessuno che è al contempo la terra di tutti. Indipendentemente dalla quantità numerica di chi abita quella regione, a dimostrazione che si tratta più di un concetto e meno di un preciso avvenimento riconducibile alla storia, militare o sociale. La stessa tecnica fotografica completa un mosaico in cui è facile leggervi e riconoscervi un’astrazione totale, un luogo delle idee più che della terra o della realtà. Waiting for the barbarians diventa così un’opera di riflessione e di discussione dal finale sorprendente e disorientante, in cui la punizione si rivela una nuova forma di attesa con un riferimento vagamente gattopardesco a quel tutto cambia perché nulla cambi e i barbari restino lì, all’orizzonte dei pensieri. Incubo e minaccia che forse vive solo nell’animo di chi vive, oppresso e preda delle proprie stesse paure.

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