Leggere le pagine in cui Woody Allen si racconta è un po’ come guardare un suo film. Narrazione in prima persona, spumeggiante come sa essere soltanto il gusto dei suoi paradossi. Le battute folgoranti che profumano di aforismi anche se non lo sono. Perché il regista di Brooklyn è così. Sbarazzino e sincero. Modesto fino a definirsi un mediocre. Perenne insoddisfatto ancora in cerca – a 84 anni suonati – del capolavoro che manca alla sua filmografia. Come se Manhattan. La rosa purpurea del Cairo. Come se Io e AnnieZelig o infiniti altri titoli – da Prendi i soldi e scappa a Un giorno di pioggia a New York – fossero solo insignificanti commediole. E allora perché prendere in mano e leggere un libro dal titolo sconcertante – A proposito di niente (La Nave di Teseo, pp. 398, 22 euro) – che sembrerebbe non aver nulla da dire… Ebbene, la risposta è semplice. Per imparare come si diventa Woody Allen senza saperlo. E stupirsi di come esistano grandi autori che non sappiano di esserlo. Le quattrocento pagine scarse sono un torrentizio e talvolta disordinato ma interessantissimo resoconto, che assomiglia a una seduta fiume dallo psicologo in cui il paziente – Allan Stewart Konigsberg, venuto al mondo il 30 novembre ma nato ufficialmente l’1 dicembre 1935 perché portava male cominciare una vita dall’ultimo giorno del mese – snocciola otto decenni e mezzo tra le sue non molte passioni e altrettanto circoscritte sofferenze. La musica jazz. La comicità. L’autorialità, nella scrittura prima che nelle riprese. Le donne. Ma forse sarebbe meglio dire l’amore, perché Woody, la stoffa del Casanova non l’ha mai avuta. Eterosessuale convinto, anzi convintissimo come il suo credo politico democratico, si è legato – sposandole o fidanzandosi – solo a quelle sbagliate. Tranne, forse, l’ultima. Soon-Yi, coreana, classe 1970, trentacinque anni meno di lui e figlia adottiva della sua compagna di allora.

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Già, Mia Farrow. Un capitolo lunghissimo e particolareggiato, in un volume che di capitoli non ne ha. Le accuse infondate di molestie pedofile. Corona di spine sulla testa di un re senza trono. E nonostante il proscioglimento a cui i medici hanno “costretto” i giudici per mancanza di prove fisico-documentali e di testimonianze dirette, a papà Allen – che aveva adottato la piccola Dylan, falso oggetto delle sue attenzioni, e il fratello maggiore Moses che ha scagionato il genitore – è rimasto il divieto di vedere i suoi figli. Condanna che pende sul capo del regista, al quale è stato permesso di sposare Soon-Yi, maggiorenne all’epoca del loro innamoramento e delle impudiche foto sequestrate e, con lei, ha perfino potuto adottare altre due figlie – una coreana e una americana – che nessun magistrato gli avrebbe concesso se gli abusi fossero stati realmente accertati. Dov’è dunque l’orrido orco…. Mistero di una giustizia a due facce che fa acqua oltreoceano come in casa nostra. E in epoca di #MeToo ha pure sconfinato. Hillary Clinton – guarda un po’ chi parla – ha rifiutato la donazione del regista per la campagna presidenziale. Questa autobiografia non è stata pubblicata in America. Un giorno di pioggia a New York non è mai stato proiettato negli Stati Uniti e Timothée Chalamet, il protagonista-controfigura di Woody, si è rammaricato di essere apparso in un suo film devolvendo il suo ingaggio in beneficienza. Regole del movimento ispirato proprio dal figlio biologico Ronan, avuto dalla Farrow, che ha misconosciuto il padre sostenendo le false tesi messe in circolazione dalla vendicativa mammina. Insomma anche un dio può precipitare all’inferno. Molti nemici, molto onore si dice fra gli uomini e chi ha difeso Woody c’è stato. Selena Gomez. Elle Fanning. Pedro Almodòvar. Ray Lotta. Alan Alda. Catherine Deneuve. Charlotte Rampling. Isabelle Huppert. Jude Law. Non molti altri, i più hanno fatto a gara per sottrarsi educatamente a proposte del newyorkese. Non ci si spinge oltre, insomma. Gli odiatori – o forse sarebbe meglio dire gli adulatori del sistema – sono fuggiti tutti e anche per un monumento del cinema il casting di Rifkin’s festival, in prima mondiale a settembre nella rassegna di San Sebastiàn e in uscita nelle sale a fine anno, non è stato dei più semplici. Così va il mondo. Davanti al bicchiere mezzo vuoto “ho sempre visto la bara mezza piena”, ha commentato il regista, perché “di vivere nel cuore e nella mente del pubblico non mi importa niente, preferisco vivere a casa mia”.

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