L’Inghilterra vittoriana tra luci e ombre. David Copperfield non è un ragazzino come tanti. È orfano di padre e la mamma si risposa con mr. Murdstone, uomo severo e cattivo che fa la voce grossissima con quel bambino sfortunato, destinato di lì a poco a perdere anche la madre. Le atmosfere dickensiane sono palpabili ma il futuro – una volta tanto – è più sereno del presente, anche se per assaporarlo servono pazienza e fiducia. Arriverà il lavoro, nuove angosce ma pure l’amore sotto i profili di due donne diverse non soltanto nei lineamenti. In buona sostanza un riscatto è possibile perfino in una temperie sociale dove la divisione in classi – e, di conseguenza, per censo – è molto più di una distinzione casuale. Le ambizioni di ripresa e reazione. Lo sguardo al futuro. Un orizzonte che lentamente sembra abbozzare un sorriso. L’incontro fra Charles Dickens e Armando Iannucci, regista de La vita straordinaria di David Copperfield, è di quelli che uniscono – a distanza di secoli, in questo caso – l’affascinato lettore all’affascinante scrittore. Così l’autore scozzese di origini napoletane si dichiara ufficialmente stregato dal romanziere di Portsmouth e quello che ne esce è un film, ambientato sì nella prima metà dell’Ottocento, in cui è collocata la vicenda di Copperfield, ma stavolta con riferimenti tutt’altro che sottovalutabili all’attualità di duecento anni dopo. Cioè oggi. Un ritratto di ambienti diversi in epoche opposte, per qualche verso sorprendentemente simili.

Quella del protagonista non è una storia spensierata ma ciò che tocca Iannucci è la leggerezza del tratto, passata direttamente dal libro al film. Un passaggio in qualche caso violento perché le seicento pagine del romanzo hanno dovuto tradursi al massimo in un paio di centinaia per la sceneggiatura, che raramente consente di andare al di là di questo limite. Ne consegue che il regista ha dovuto sfrondare energicamente la materia, con il risultato che il grande schermo non potrà giocoforza essere il riflesso del testo letterario. Più che la conta di ciò che rimane e quanto invece è stato espunto, è necessario mettere in evidenza il racconto di Copperfield in prima persona che, nella scena iniziale, si rivolge alla piccola platea di un teatrino, idealmente allargata allo spettatore e al pubblico in generale. David ormai adulto assiste al travaglio pre parto di sua madre, fino a entrare in medias res nella narrazione assumendone le redini fino alla scena conclusiva, che torna visivamente alla prima sequenza, in cui Copperfield ha terminato il racconto della sua vita e si congeda dalla platea. Non casuale neppure la scelta dell’attore, cui affidare il ruolo principale. Dev Patel, emerso dalle baraccopoli di Mumbai di Slumdog Millionaire – ovvero “miliardario pezzente” per Danny Boyle – e poi rivisto al Marigold Hotel e in Attacco a Mumbai, dopo essere stato il figlio adottivo di Nicole Kidman in Lion, è fortemente radicato all’India natale e amata. Una sorta di multirazzialità che viene confermata dalla figura di Agnes, non sviluppata nel testo filmico con la stessa incidenza delle pagine dickensiane.

In buona sostanza la civiltà che mescola provenienze, evidenziate anche dalla figura di Ham, figlio adottivo del fratello della bambinaia Peggotty, diventa il riconoscimento distintivo al quale non si aggiungono altri ossequi all’inutile manuale del perfetto sceneggiatore, licenziato in estate da Hollywood per compiacere a minoranze e diversità vere o presunte. La scalata sociale di Copperfield diventa quella dell’inglese medio, alle prese con un controllo statalista praticamente assente ma con un desiderio di corruzione quanto mai vivo e vegeto. E la forza del riscatto diventa quindi più importante e marcata, in considerazione anche del tono che attraversa il film, mai completamente privo della speranza e soprattutto del sorriso, necessario per guardare al futuro con l’occhio vigile del combattente. La narrazione così diventa leggera, quasi spensierata attraverso le figure della buffa zia Betty Trotwood (Tilda Swinton) e del suo stravagante cugino Mr. Dick (Hugh Laurie forse più popolare per essere stato il Dr. House televisivo). Sembra quasi che Iannucci abbia gettato lo sguardo alla tradizione della commedia riesumando tratti chapliniani e riferimenti allo stile slapstick, che ha caratterizzato gli albori della Settima arte nel tentativo di non tradire il tocco di speranza affidato dallo stesso Dickens ai suoi personaggi nel 1850, quando The personal history, adventures, experience and observation of David Copperfield the younger of Blunderstone Rookery, per tutti semplicemente David Copperfield, venne pubblicato a puntate mensili su un giornale dell’epoca. In molti ne videro tratti autobiografici che non valgono per Iannucci, già sufficientemente indaffarato per adeguarlo ai giorni nostri. Dio salvi la regina e la commedia.

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