Analfabeti online di tutto il mondo unitevi, una rivolta contro la tecnologia è possibile. A metterla in burla attraverso le figure di tre vicini di casa, ugualmente maldestri fra clic e mouse, sono due registi francesi, dissacranti e surreali quanto basta per demolire insieme alla quotidianità computerizzata anche la società attuale, costruita a misura di like e faccine sorridenti. Termometro trimillenario per misurare il grado di soddisfazione delle vite professionali e personali. Un pollice all’insù non costa niente e può salvare vite umane, almeno nel tentativo non certo malcelato di scongiurare sedute psicanalitiche per crisi di autostima e abbonamenti in formula varia a strizzacervelli di tutte le specie.

Insomma.

Imprevisti digitali.

Benoit Delépine e Gustave Kervern disegnano una commedia tripolare dove le differenti vicende finiscono per convergere e sfociare in un unico punto di incontro, riassunto in un semplice ma non banale quesito. Come si esce dalla rete della Rete… La risposta è tutt’altro che immediata e ne sanno qualcosa Marie (Blanche Gardin), Bertrand (Denis Podalydés) e Christine (Corinne Masiero). La prima è impegnata nell’arduo tentativo di impedire la diffusione di un video compromettente, finito online per errore, che potrebbe farle perdere il figlio. L’uomo si innamora di un ectoplasma dietro la voce femminile di una centralinista di call center mentre Christine, che ha perso il marito a causa della dipendenza dalle serie tv, vuol far salire alle stelle la sua valutazione come autista privata. Ogni storia avrà un suo proprio esito ma il denominatore comune è la lotta senza fine dell’uomo contro un sistema integrato nel linguaggio e nella visibilità digitale che finirà per tenere tutti sotto scacco. Un destino riservato ai protagonisti del film ma quasi sartorialmente cucito sulla quotidianità del “villaggio globale”.

La commedia, irriverente quanto basta da sfiorare una certa trivialità in qualche scena sostanzialmente inutile, si distacca da quelle degli anni Settanta quando sarebbe stata quasi certamente concepita con una suddivisione in tre capitoli, uno per ognuno dei personaggi e della loro relativa storia. Niente di tutto questo e Imprevisti digitali – traduzione accettabile di un titolo diverso perché Effacer l’historique significa “cancellare elettronicamente la storia” – amalgama le vicende fino a farne quasi un tutt’uno dove Marie, Bertrand e Christine sono uniti dal comune interesse di mettere la tecnologia al proprio servizio e controllarla, salvo però scoprire di essere i veri schiavi di un grande fratello informatico che tira i fili di burattini in carne e ossa. Non è un caso quindi se l’hacker, che sembra l’ultima forma di tribunale appellabile, si nasconde dietro il nome di un dio barbuto che abita all’interno di una pala eolica ma si scopre tutt’altro che onnipotente. E se Marie combatte con l’amore fisico di una registrazione erotica finita in rete per un bizzarro uso dei social, Bertrand vive l’amore – sia sentimentale sia idealmente fisico – con l’astratta centralinista nella crociata di difendere la figlia dalla morsa del cyberbullismo. Intreccio non nuovissimo, che sembra ricollegarsi a Lei, un film del 2014 di Spike Jonze, dove appunto Joaquim Phoenix finisce irretito dall’assistente elettronica del telefono cellulare.

Christine è una donna sull’orlo di una crisi di nervi come accade un po’ a tutti coloro che si accorgono di essere preda di un computer, avaro di quella fiducia rincorsa a suon di clic dagli anonimi egocentrici di tutti i giorni, a caccia di una notorietà che li stacchi dalla loro cronica mediocrità. A ben vedere tipologie ben diffuse nel tessuto sociale e civile di un mondo che ha perso il fascino dei telefoni pubblici e di una parola di conforto, oggi sostituita dall’immancabile faccina sorridente, adatta a tutte le occasioni e per ogni necessità. In fondo basta appagare un ego bulimico di riconoscimenti ufficiali perennemente negati, in una competizione senza sosta e in una frenesia che tritura perfino un gesto d’affetto non mediatico. “Ti amo” vale insomma cinque like e un cuore ferito che non valgono però come le cinque fatidiche lettere più dolci del mondo. Quale che sia il senso, la cornice, il contesto. E perfino lo scopo. Riderci sopra è tutt’altro che un delitto ma riflettere sui risvolti anche psicologici di massa dovrebbe essere compito di chi vive davvero nel mondo. Se non altro per capire che cosa circonda i giorni. Delépine e Kervern ci hanno provato a modo loro, tra uno sberleffo e un’allusione. Ora la parola, pardon il clic, passa all’auto esame di coscienza.

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