Gli oggetti inanimati hanno un’anima, si attacca alla nostra e ci costringe ad amarli.

 

Jeanne sapeva di non amare il mondo, in alcuna delle sue declinazioni. La realtà è che tutto le era estraneo fossero essi amici, colleghi o semplici coetanei. I suoi simili, in buona sostanza, erano fonte di insoddisfazione. Perfino di incomunicabilità. E Jeanne ne era fuggita. Con la mente e con il cuore. Era rimasta terribilmente lì, ancorata a quella dolorosa vita ma idealmente altrove, dove l’altro è benvoluto e ben accolto. Ma stavolta l’altro era lei. A disagio con una madre troppo rock ‘n roll e attenta a se stessa. Distante dalla sfera che la circonda e dal suo principale. Vittima di bullismo psicologico da parte dei suoi coetanei. Jeanne s’innamora. Non è però un essere umano il centro delle sue attenzioni bensì una giostra. In gergo tecnico si chiama “Move it” ma lei lo ha soprannominato Jumbo, che fa tanto piovra tentacolare e in un certo senso lo è. Jumbo o Move it è un impianto a più braccia, ognuna delle quali termina con una ruota, che gira vorticosamente su se stessa in senso latitudinale e longitudinale. In due parole, fa paura. Mette vertigini. E proprio il brivido è il senso di quell’attrazione, che invece sembra riconoscere la ragazza e, con lei, prender vita improvvisamente. Quest’ultima non se ne vergogna e non ne fa mistero, finendo per essere scambiata per matta, dopo aver accettato e passivamente sopportato il corteggiamento di Marc, suo datore di lavoro. Un flirt che porta alla crisi il legame tra la donna e la macchina. Una scenata di gelosia. Un litigio. Una rappacificazione. E, come talvolta accade, un lieto fine dal retrogusto audace. Jumbo è il primo lungometraggio della regista belga Zoé Wittock che, dopo il Sundance e la Berlinale, approda al Trieste science fiction festival, interamente online con un’opera capace di far riflettere.

Tecnicamente viene denominata “oggettofilia” ed è una patologia compresa tra le malattie mentali nel genere della parafilia, un’area vicina all’autismo cui gli oggettosessuali – ovvero, coloro che soffrono di questa malattia – vengono ritenuti affini. Prevalentemente femminile, la sindrome ha avuto esempi concreti nel recente passato. Amanda, una giovane di Leeds si è innamorata di un lampadario mentre Erika ha perso la testa per la tour Eiffel con la quale si è ufficialmente sposata, assumendone perfino il cognome con il quale oggi è registrata, appunto Erika Eiffel. Il caso suscitato dalla regista non è quindi totalmente astratto né scollegato dalla realtà, il film vi trae ispirazione direttamente e, altrettanto direttamente, rappresenta con efficacia sconcertante il disagio psicologico che porta la protagonista a diventare altra rispetto a se stessa e alla cerchia di familiari e amici, trovandosi in più intima sintonia con una giostra. Molto chiara a questo proposito la scena in cui Jeanne si concede a un rapporto sessuale con Marc, che risulta per lei totalmente indifferente e privo di piacere e coinvolgimento. La regia è attentissima a non perdere alcun dettaglio per offrire allo spettatore la completezza del messaggio. La macchina da presa inquadra uno specchio davanti al quale si svolge l’amplesso. In tal modo è possibile riprendere il volto distaccato e disinteressato della protagonista, mentre l’uomo continua a parlarle e a tentare di coinvolgerla in qualcosa che non riesce a solleticare la sua sensibilità. Il momento successivo è alienazione sensi di colpa, come se la donna avesse tradito un marito o un compagno.

Di lì a poco – e il passo è breve – si arriva al matrimonio della ragazza, che ripete come un mantra spirituale una citazione di Alphonse de Lamartine. “Oggetti inanimati che avete un’anima così attaccata alla nostra da costringerla ad amarvi” è la spiegazione che non manca di sottolineare come un ritornello, quasi ritmico e ossessivo, il senso del testo filmico allo spettatore. Un’interpretazione che non sottrae la giovane donna alle critiche. È Marc a invocarne una sorta di internamento in un ospedale psichiatrico. Sono i coetanei a farne oggetto di scherno. È la stessa madre a dichiararsi delusa da quella figlia così antitetica al genere umano. Ed è fortunatamente il suo compagno a invitarla ad accettare una forma di diversità che non rende quella ragazza inferiore agli altri. Fantascienza di una quotidianità alienante e in un certo modo alienata, che non riesce più ad ammettere l’indipendenza di chi tende a estraniarsi da una comunità globale, apparentemente condannata a vivere con gli stessi presupposti nella medesima orbita. Una dimensione in cui le relazioni si basano su forme di amore, con due possibili e ipotetiche varianti – amicizia e odio – entrambe riconducibili alla stessa matrice. E in nome di esse la regista mostra una scena di erotismo in cui, non a caso, vengono confuse le definizioni di amici e amanti. Mentre Jeanne le scambia senza dar loro importanza, Marc tenta di mettere ordine a una sfera da cui finisce per allontanarsi subito. Una volta di più l’amore inciampa in se stesso e in un legame che assomiglia a se stesso nella stessa maniera in cui si riflette nel suo opposto, rappresentato dal bullismo onnipresente che sembra non dare tregua all’ingenua e “malata” Jeanne, interpretata da Noemi Merlant, attrice francese poco più che trentenne, già vista e apprezzata in Ritratto della giovane in fiamme e, prima ancora ne Le ciel attendra, ingiustamente mai arrivato in Italia dopo l’anteprima a Locarno 2016. È un talento. Sa ne sentirà riparlare presto.

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