La ragione di vita di un regista è sempre stata quella di cercare la luce. Inevitabilmente, però, con essa spuntano anche le ombre e il giochino, che solo all’apparenza può sembrare retorico, è in realtà una sorta di bilanciamento che regola ogni esistenza. E Oliver Stone – ispiratosi a quella frase che sintetizza la propria vocazione per intitolare la sua autobiografia (Cercando la luce, pp. 535, euro 22, La nave di Teseo) – dimostra senza misteri come questi due elementi, incapaci di esistere senza l’altro pur essendo opposti, facciano metaforicamente e altrettanto indissolubilmente parte dell’esistenza e del carattere di ognuno. Quello che balza fuori dalla pagina scritta è dunque l’autocritica e la volontà di spiegare a tutto campo la ragione di scelte e decisioni che hanno orientato la sua carriera. Così Stone, uno dei cineasti più acclamati di fine Novecento, non indulge sul conto di se stesso né tende a fare troppi sconti e si guarda allo specchio come in nudità. Fin da quando, poco più che ventenne, partì volontario per il Vietnam attraversando una delle esperienze più dure e sconcertanti. Lui, americano, figlio di un militare e di una donna francese che si erano sposati prendendo il matrimonio alla leggera, si trovò a vedere gli Stati Uniti da un’altra prospettiva. La demolizione della dottrina Monroe che addusse lutti ed errori alla politica estera della Casa Bianca e mise tanti giovani faccia a faccia con la droga e la morte. Due intoppi sui quali l’autore non si vergogna a insistere e a intingere la penna nell’inchiostro. “Ho ucciso” afferma. E non stenta a indagare le cause di tante vite inutilmente troncate tra connazionali e nemici, in nome di una ragion di stato inesistente o criticabile. Sulle linee di un fronte dove l’avversario non si vede, finendo per restare vittime di imprevedibili imboscate. Anni di guerra, vissuti in preda agli stupefacenti che hanno marcato i suoi giorni anche una volta tornato in patria, dove – ad attenderlo – ci sarebbe stato un nuovo conflitto. Quello con la cocaina. Il quaalude. I cocktail a base di alcol e allucinogeni. Insomma, lo Stone tossico che un giorno decise di mettere la parola fine alla sua dipendenza ma non per questo la nega.

E nemmeno indulge sulle difficoltà artistiche di una carriera iniziata sotto la migliore stella. Oscar per la sceneggiatura di Fuga di mezzanotte di Alan Parker. Un film e una cerimonia che gli spianarono la strada dell’antipatia di Hollywood. La Mecca del cinema arricciava il naso verso l’ennesimo reduce che criticava politica e governo. E da allora la vita lavorativa di Stone fu tutta in salita. Qualche film fallito. Un’altra sceneggiatura – Scarface di Brian De Palma – scritta a Parigi nella cerchia di affetti materni, per sottrarsi alla cocaina e a una schiera di manager tossici e dipendenti. Il progetto Platoon, nato e abortito più volte, succube degli inganni di Michael Cimino. Il successo a metà, raggiunto da Salvador, nuovo impegno politico cui l’industria della celluloide non credette se non in minima parte e un successo oltreoceano a dimostrare ancora che nessuno è profeta in patria. Una china faticosa, percorsa con la moglie Elizabeth Burkit Cox e una sfida possibile all’impossibile. Avere un figlio. All’epoca del primo matrimonio con la libanese Najwa Sarkis, i medici gli avevano diagnosticato una sterilità irreversibile. Dieci anni dopo, quella sentenza fu ribaltata. Incoraggiato a non desistere, ci aveva creduto fino ad avare due figli dalla biondissima Elizabeth. Una vittoria che spianò lentamente la strada verso nuovi successi. E venne Platoon con annesso Oscar. Nato il quattro luglio, altro Oscar. Era un vecchio progetto, sfiorito negli anni bui. E altri capolavori come Wall street, Jfk – Un caso ancora aperto, Assassini nati, Ogni maledetta domenica. Solo per citarne alcuni e sbarcare verso un terzo millennio in cui è approdato dopo  un nuovo matrimonio con la bruttina Sun-jung Jung che gli ha dato la terza figlia. Vai a credere… tu, ai medici. E purtroppo una vecchia schiavitù. La dipendenza dalle droghe è rimasta e si è portata dietro perfino il carcere, sebbene durato lo spazio di un mattino. Ecco Oliver Stone, per esempio. Un uomo di coraggio che non si nasconde dietro i propri errori. Non li veste con l’abito della festa per farli diventare pregi. Non tace di aver messo Lsd nel bicchiere del padre, per mandare un po’ fuori giri quella mente così razionale e programmata di ufficiale in pensione. Un uomo e un regista contro che ha faticato ma è riuscito a regalare al cinema titoli d’oro. E, nonostante le ombre, a non farsi dimenticare.

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