Il calabrone ha le ali più piccole del corpo, per questo non può volare. In realtà vola perché non sa di non poterlo fare.

 

Talento strano quello della vespa crabro, più comunemente nota come calabrone. Una sorta di sfida alle leggi della fisica. Eppur si muove. Al contrario di Carlo, docente di fisica e sconfitto dalla vita e dagli eventi.  Uno che, in rapporto all’insetto, si è buttato via. Così, mentre quello che non potrebbe muoversi sconfigge perfino la propria anatomia, correggendone la fisiologia, colui che invece è libero di ogni movimento è in realtà bloccato. Chiuso dentro di sé. Massacrato dalla sua psicologia distrutta. Ferito. Offeso. Demolito. La partita di Carlo si gioca seduti. Anche il rivale è sulla sedia. Il campo è costituito da onde radio. Etere. Dove i suoi affetti più intimi sono volati per sempre, pur non avendo ali. L’azzardo è di quelli che paralizzano. Il professore, distrutto, vuol condurre il gioco prima dell’ultimo gesto. Dove non c’è ripensamento. Non si torna indietro. Viaggio di sola andata per ricongiungersi a chi ama. È una questione di cuore. Forse, di destino. Il talento del calabrone di Giacomo Cimini è una scacchiera dialogica su cui non si muovono né re né regine. Lo sfidante (Sergio Castellitto) è in auto e, a dispetto dell’età, se la cava benissimo con i computer, colpa forse di quella laurea in fisica che gli ha messo in mano tutte le armi per gettare il guanto a Steph (Lorenzo Richelmy), dj belloccio idolatrato dal popolo di teen in duplice declinazione. Maschile e femminile. L’incontro avviene per telefono, il pretesto è un concorso che poco interessa a Carlo e meno ancora all’egocentrico conduttore. Ma si comprende subito che l’interlocutore è strano. Ha in serbo sorprese che si palesano con frasi lapidarie. L’avversario è alle corde. Steph non è uno psicologo e a poco serve l’arrivo di una dirigente di polizia (Anna Foglietta) per condurre la “trattativa” in diretta e suggerire le frasi giuste all’imbarazzato e innervosito disc jockey. Presto la poliziotta, armata ma senza divisa, si ritrova fuori gioco. È una partita a due tra Steph e Carlo con un terzo incomodo. Il passato che non passa mai.

E proprio su questo terreno si svolge un braccio di ferro in cui i due avversari scoprono di avere trascorsi comuni. Essersi già conosciuti. Già scontrati. Il riconoscimento è lento come gli stati d’animo che vengono sollecitati in un crescendo di sensazioni. Lo stupore per quell’inconsueto interlocutore. Lo spirito bonario che esalta i valori di un’esistenza sempre meritevole di essere vissuta. La rabbia per il protrarsi forzato di una trasmissione che doveva essere già finita. L’insubordinazione verso quell’inquirente di polizia che arriva alle minacce con la rivoltella. Infine la maschera che scende. Il faccia a faccia. Accuse e spiegazioni. La vittima, per una volta conduce danze che non hanno nulla di suasivo. La rassegnazione di farla finita si sposa con la vendetta di mandare in diretta la demolizione di un mito dei giovanissimi e le verità su un’adolescenza di bullismo e violenza. Soprusi. Angherie vigliacche. Bile trangugiata e stantia come il fiele della vita. Il talento del calabrone è un thriller psicologico studiato ed efficace che sollecita emozioni diverse man mano che i protagonisti si alternano in questa altalena di mosse, che progressivamente scoprono un pezzetto di verità dopo l’altro. Dall’approccio al riconoscimento. Dal ricordo al dolore e al rancore. E in questo tunnel di sensazioni trova ambientazione ideale la claustrofobica consolle dove viene inquadrato un dialogo che in una sorta di campo-controcampo mette in primo piano talvolta Steph e talaltra Carlo, dall’abitacolo della sua auto. Non c’è aria fresca nel vibrare di animi tesi. Le sigarette prosciugate dal dj sul terrazzo della radio e i pochissimi inserti con riprese in esterno, intervalli incidentali di questa partita a due.

Sullo sfondo c’è una città assente, apparentemente vuota di persone e abitanti. Ripresa spesso di notte fra i suoi profili sonnolenti di grattacieli che evocano gli affari e il lavoro, eccezion fatta per il richiamo ai suoi obblighi da parte della dirigente di polizia, sorpresa nel bel mezzo di un ricevimento. Le mille facce di una Milano che ondeggia fra il successo e la sfida. L’angoscia e il volto enigmatico e disperato di chi vuole uccidersi. Mentre qualcuno se la spassa al Museo del Novecento c’è chi si specchia narciso nei petulanti lazzi della notte e chi invece nella notte vede le tenebre del suo quasi presente. Sfumature miste quanto i colori della vita come un pannello inventato da un lockdown inesistente che, tuttavia, a tratti sembra fare capolino dietro gesti e parole di quei residui umani allo sbaraglio. Sarebbe stato bello vedere questo film sul grande schermo cinematografico cui era in origine destinato e dove forse approderà dopo i primi passaggi in streaming su Amazon Prime video. Il destino di un singhiozzo sincopato, in attesa del ritorno all’aria aperta, forse era scritto nelle stelle delle notti buie milanesi evocate su quei cieli che sovrastano l’arrogante presunzione di Steph prima di essere punito da Carlo.

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