Uno, da non confondersi con ufo, è un oggetto non identificato. E vola. È arrivato da circa sette mesi, un po’ come il covid e – sempre alla stregua dell’odiato coronavirus – ha sconvolto le vite di tutti spingendo all’isolazionismo. Il suo passaggio è di quelli che lasciano traccia e ben poco è rimasto della fase pre-Uno. In buona sostanza assomiglia a una sorta di cronaca del 2020 ma ogni associazione d’idee è puramente individuale. Una coppia sta preparandosi a festeggiare capodanno – forse è l’attesa svolta… – tra tensioni variopinte. Lei nervosa con tutto, lui su di giri con lei, ma in fondo c’è del sentimento. Sale la febbre del cenone e l’attesa degli ospiti. In epoca tanto forzatamente sobria deve arrivare un amico ma quando trilla il campanello si scopre che sono in due. Oltre a lui c’è una misteriosa lei, purtroppo però manca il dolce per un equivoco via sms. E la tensione sale.

Le presentazioni sono uno slalom di sorrisi e frasette buttate là fra traduttori improvvisati e lumaconi in cerca di visibilità, perché la nuova arrivata è francese ma, soprattutto, non la conosce nessuno. Nemmeno il suo cavaliere che si accompagna alla biondina dalla sera precedente e – si scoprirà – senza alcun ascendente degno di un Casanova, se non da strapazzo. Al quartetto si aggiunge la sorella della padrona di casa, incinta di un ragazzo sconosciuto e in preda a una tempesta ormonale che la spinge fra le lenzuola più che fra tovaglie e tovaglioli. Tuttavia l’ultimo dell’anno è in linea con i dodici mesi trascorsi. Difficili. Misteriosi. Temibili. Sconcertanti. Come l’arrivo dell’Uno e l’incapacità di comprendere se sia stato un bene o un male. I cinque commensali, raggiunti dopo la mezzanotte da un amico della ragazza in dolce attesa, si interrogano sulle loro vite precedenti all’arrivo di quella forma di alieno in visita. Azzardano confronti. Non riescono a spiegarsi. Perché una spiegazione forse nemmeno c’è.

L’Uno di Alessandro Antonaci, Stefano Mandalà, Daniel Lascar e Paolo Carenzo è un film dal curioso percorso insolito. Nato come un dramma per il teatro e andar in scena il primo giorno del 2018, approda al cinema con una realizzazione al risparmio e soprattutto in controtendenza forzata. Approda infatti su Chili ma resta di vedetta. Il sogno di entrare in sala è concreto ma i tempi non sono ancora maturi. Il primo ad abbandonare il palcoscenico dev’essere il virus che invece si ostina a recitare da protagonista. Commedia di dialogo più che di avventura L’Uno tradisce le sue origini dietro un sipario dove una scenografia unica occupa tutta la durata dello spettacolo. Non c’è azione, neppur minima. Solo dialoghi. Un assetto che al cinema rende poco e i quattro registi lo frammentano con tre parentesi in cui spiegano agli spettatori dettagli relativi a vicende personali dei vari personaggi. A soffrirne sono agilità e brillantezza perché si sa che non c’è nulla di più noioso e snervante del teatro trasportato sullo schermo, piccolo o grande che sia.

L’atmosfera della narrazione è claustrofobica, circoscritta allo scantinato dell’abitazione ospitante, e quando improvvisamente viene a mancare la luce sorge il dubbio del dolo nell’attentato al morale e alla pazienza dello spettatore. Un peccato perché il film ha del buono nello scandagliare i caratteri rappresentati, tutti diversissimi l’uno dall’altro, accomunati da quell’unica oscura presenza nel cielo del mondo che ha cambiato e deturpato le vite della collettività planetaria. Ognuno di essi emerge specchiandosi nelle differenze rispetto all’altro e offrendo alla platea qualche spunto per ragionare sulla propria esistenza individuale e su quella sociale plurale. Anche allora, un oscuro governo di senza nome aveva imposto un coprifuoco. Isolamento. Una riflessione attualissima in una sorta di preveggenza che fa spuntare qualche lacrima anziché inorgoglire. Però un traguardo facilmente raggiungibile. I contenutissimi costi di allestimento renderanno più agevole far sorridere il bilancio.

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