Noi siamo il posto da cui veniamo ma scegliamo ogni giorno chi diventeremo

Dall’Ohio al Kentucky, viaggio nel midwest americano dove la frontiera è lontana anni luce ma la catena degli Appalachi è lì, simulacro naturale di una Provincia dove si muore poveri e contadini. E in molti, quelle montagne, le hanno lasciate proprio per cercare fortuna. Spesso nemmeno l’hanno trovata. Migranti dell’interno. E di una disperazione che ha il sapore aspro della fame e della miseria. La sofferenza non ha colore. E questa è l’impronta di Elegia americana il film di Ron Howard per Netflix, un’arrabbiata poesia di reduci insoddisfatti. Corsa a perdifiato a caccia di quel sogno americano, così semplice e così difficile. Una scontata normalità irraggiungibile. A raccontarla è J.D. Vance, per tutti JD, un ragazzino nato in Ohio che si è sempre sentito a casa nel Kentucky dove la famiglia regolarmente si riuniva. Prevalentemente d’estate. Vittima dei bulli e di una madre sconclusionata (un’appesantita Amy Adams), rimasta incinta tra la fine della pubertà e l’inizio dell’adolescenza. Tappe bruciate al contrario e un’irrequietezza sfociata nella droga. JD si ritrova pure una nonna bizzarra (un’irriconoscibile Glenn Close, lontana ere geologiche da Attrazione fataleLe relazioni pericolose), di grande temperamento e con più di una debolezza ma con un temperamento indistruttibile. Sarà lei a educarlo e “crescerlo” in un quadretto dove gli scontri sono all’ordine del giorno e le follie di una mamma, che alterna stadi di insofferenza a momenti di lucidità, travolgono ritmi e vita. JD vince la sua battaglia con il destino e diventa qualcuno. O meglio, si riscatta. Perché, alla fin dei conti, il sospirato sogno americano si riassume in poco, pochissimo. Uscire dalla mediocrità e riuscire a costruirsi una famiglia e una casa, vivendo autonomamente del proprio onesto lavoro. Sacrifici non mancheranno ma la scommessa è vinta pur tra mille tribolazioni.

E se JD si laurea, diventa un avvocato, si sposa e – a soli 36 anni – scrive un’autobiografia che di solito è roba da vecchi, a perdere la sfida è invece Donald Trump che lascia l’America nelle mani dei democratici di Biden. Il sogno, promesso dal tycoon e funestato dal covid ma non solo, è insomma un traguardo tutto sommato raggiungibile. E a esportarlo dalla provincia dove vive lo yankee medio che nel 2016 votò in massa The Donald, garante di quell’ambizione, è un altro tifoso del leader repubblicano. Ron Howard che non fa mistero delle sue simpatie repubblicane, confeziona una piccola saga in cui tre generazioni si scontrano a ripetizione su ogni cosa. L’idea di famiglia, che da una nonna sposata a un adorato marito con il quale vive in abitazioni diverse, passa a una ragazza madre, incapace di tenere un lavoro e succube dell’eroina, prende infine corpo e anima in un giovane che finalmente riesce a trovare l’anima gemella e a costruire un rapporto stabile. I valori, in sostanza, passano di madre in figlia in nipote anche se non sembra. Perfino se il giovane JD sembra trincerarsi dietro l’integralismo di non “coprire” le malefatte di mammina ma poi viene sorpreso a rubare una calcolatrice in un negozio. Uscire dalle difficoltà è possibile e a urlarlo al piccolo JD è quella nonna energica che lo pungola. “Salvati almeno tu”. E lui la segue. Il teorema è chiaro. La sofferenza non ha un colore politico e neppure di pelle. Nella difficoltà siamo tutti uguali e possiamo farcela. E a diffondere grinta e convinzione sono le donne, sempre tutt’altro che casualmente.

Il regista si disinteressa del decalogo del politically correct di Hollywood. Non ci sono neri, né gay e neppure unioni civili a tirare la morale. E non certo per disprezzo ma, perché appunto, quei muri da abbattere sono nemici di tutti. Così, le donne hanno le debolezze e i difetti di ognuno – maschietti compresi – ma è soltanto la volontà a determinare che un ragazzino grassottello e lontano dai canoni del bello, bersaglio di compagni e amichetti ce la faccia. E non solo. Perché la storia vera, filtrata anche dal film oltre che dalla vita, racconta di una sorella, Lindsay, pure lei trionfatrice su un destino che l’aveva penalizzata in partenza. Elegia americana non è uno spot del buonismo a buon mercato ma il desiderio di sottolineare lo spessore imprescindibile di princìpi inderogabili. Quello della famiglia, s’è detto, ma anche di un’umanità che abbraccia tutti nella stessa natura acquisita fin dalla nascita e dal nemico della dipendenza contro il quale combattere senza risparmio di energie. Eroina e oppiacei, una piaga particolarmente sentita negli Stati Uniti di oggi. E anche in questo proposito non è casuale la scelta di Amy Adams, americana di Vicenza, che ha vissuto da vicino e di prima mano questo dramma. Tuttavia la tossicodipendenza è aspetto concreto e simbolico al tempo stesso. Sta per tutto ciò di cui la società attuale è schiava e prigioniera. Un film importante che ha una cifra distintiva nel montaggio particolarissimo con cui vengono alternati e mescolati stralci del passato e del presente che si accavallano in un continuo senza sosta, quasi a voler dimostrare che poco conta il tempo e molto invece la volontà. Il racconto di JD che parte dalle prime scene e si snoda fino alle fotografie finali dei veri protagonisti di questo spaccato familiare di provincia è un frullatore in cui si susseguono le follie di una madre. Il piglio di una nonna. La creazione di un figlio. Le mediazioni di una sorella realista. E allora poco conta quando è avvenuto cosa. E l’esposizione, farraginosa ma lucida, si sposa con l’intento principale. Conquistare la dignità. L’unica parola semplice in cui consiste il famigerato “american dream”.

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