Una donna che ha perso tutto già in partenza sa ricominciare. Una donna che continua a perdere tutto, non per proprie responsabilità, e ha ancora voglia di ripartire da zero sfida la vita e il destino. E Deb (Sienna Miller già ammirata in American sniper e Il sapore del successo) è una che non si arrende tanto facilmente. La sua è una storia attuale, fatta di abbandoni prima ancora che di abbracci. E si ritrova ragazza madre, con una figlia che inciampa nel passato di quella materna figura e lo fa proprio. Ha un figlio da uno sbandato e si ritrova randagia in casa sua. La sera che scompare, Deb ha una sorta di presentimento ma lo respinge, nel tentativo forse di rimettere al mondo per la seconda volta quella fanciulla che a diciassette anni si è ritrovata con un bimbo al collo. Invece. Nulla. Della giovane Bridget si sono perse davvero le tracce e Deb, disoccupata e sola con un nipotino da accudire e crescere, si risveglia nonna quando potrebbe essere semplicemente madre. Ruoli che si accavallano. Si avvinghiano. Contorti come lame di sentimenti sdruciti. Trova un compagno che la picchia e la opprime fino allo scontro finale. Sceglie un marito che, dietro l’apparenza dell’angioletto, si infila sotto le lenzuola della prima bambolina. Vive di fonte alla casa della sorella che ospita anche la mamma, entrambe così diverse e lontane da lei. L’amore non soccombe ai molti litigi ma è la disperazione a diventare compagna dei suoi giorni. Fino al ritrovamento del corpo di Bridget, violentata e gettata in un fosso.

American woman, che apre il “Milano international film festival” dove sfila il cinema indipendente, è una prima italiana di spessore per un film che giunge tardivamente in Italia ma avrebbe meritato miglior destino e trattamento a livello mondiale. Spaccato di un’America di provincia, solcata da libertà di costumi stile anni Settanta, si specchia nel rigoroso ascetismo matrimoniale di una routine quotidiana fatta di hamburger e baseball, stravaccati sul divano, in contrapposizione all’inquieto dinamismo sopra le righe di una matriarcale schiatta di ragazze madri in serie, come le due famiglie delle sorelle dirimpettaie sembrano rappresentare. Quei sapori sociali di un clima d’antan si mescolano alle tracce di un presente irredento che fa di alcol, matrimoni sfilacciati, violenze e abusi la cifra distintiva di maltrattamenti, oggi più che mai materia comune di una collettività che sembra aver perso valori ed etica. Gli stessi che la protagonista combatte con le armi della personalità. Senza arrendersi. Lasciando alla giurisprudenza e ai tribunali il percorso di una giustizia, simile a una carta da parati della quotidianità.

È proprio l’insegnamento a non demordere l’aspetto che esce da un film non casualmente gettato come un sasso in uno stagno pandemico, dove acque torbide sembrano paralizzare animi e morale. Occorrono grinta e amore e queste si rivelano le carte giocate da una donna che accetta la sfida. Non si piega ai rovesci della sorte anche quando sembrano tanto duri da demolire una montagna. Uscito nel 2018 con uscite centellinate in Europa, il film è profondamente ancorato e radicato alla cornice geografica in cui è nato. Molte tipologie appaiono lontane o difficilmente riscontrabili in altri continenti, mostrando una faccia americana facilmente distinguibile, che fa risaltare con forza i contraccolpi devastanti della noia e della ripetitività tipiche delle zone rurali degli States, dove vive l’americano medio, tutto casa e commesse con il pick up, molto lontano dalla tipologia di chi lavora nella city. Scarsa originalità, dunque, per scorci familiari e non solo, portati in primo piano dal cinema a più riprese ma lodevolissimo intento di trasmettere coraggio in una fase decisamente difficoltosa a livello internazionale, che non poteva certo essere nello spirito di chi ha pensato e girato questo film ma oggi trova uno spunto in più per giustificare la sua presenza e il suo significato.

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