Non si può cogliere la vita di un uomo in due ore, il massimo che si può sperare è dare l’impressione di averlo fatto.

 

Hollywood anni Trenta era una piscina di squali. Stranamente non erano solo i soldi a muovere gli appetiti dei pescecani. C’era il potere. La fama. Lo specchio delle brame condannato a dire chi era il genio del reame. Il meccanismo che pone l’uomo al centro di un universo, intorno al quale ruotano i pianeti. Visibilità. Egocentrismo. E Mank di David Fincher – già autore de L’amore bugiardo, Il curioso caso di Benjamin ButtonThe social network – cui difficilmente i prossimi Oscar potranno prescindere, riproduce quest’epoca con l’ambizione di tracciare qualche pallida analogia con la contemporaneità bimillenaria e, allo stesso tempo, osservare il lato oscuro di un capolavoro. Mank sta per Mankiewicz, Herman Mankiewicz – interpretato da un Gary Oldman molto più che perfetto – ovvero lo sceneggiatore di Orson Welles. L’uomo che scrisse Quarto potere, ma sarebbe meglio chiamarlo con il titolo originale di Citizen Kane. Volendo si può definirlo biopic ma, per come lo intendiamo ora, tale in tutto non è. Non è cioè la biografia di un uomo quanto invece la genesi di un capolavoro, perché quel film – diventato un caposaldo unanimemente riconosciuto della storia del cinema – fu candidato a nove statuette e ne vinse una sola. La sceneggiatura. Pur essendo innovativo e rivoluzionario per le tecniche di regia, la profondità di campo largamente utilizzata, l’uso strategico del flashback e una recitazione eccezionale di Welles, protagonista e regista, ebbene quella pellicola – e vista l’epoca siamo autorizzati a definirla così – non ottenne riconoscimenti. Anzi. Eppure divenne la madre della filmografia moderna. Era il 1941. E fu osteggiata con vigore prima della sua uscita, perché troppo pesantemente allusiva nei confronti del magnate dell’informazione William Randolph Hearst, una potenza mediatica. Alla sua relazione extraconiugale, benché universalmente risaputa con Marion Davis. Un attacco all’olimpo che significava inimicarsi anche la galassia della cinematografia. Come appunto capitò a Mank, uomo dal raffinato e graffiante umorismo sottile, troppo incline al gioco e all’alcol che se lo portò via anzitempo. Aveva solo 55 anni.

Una vita breve che non impedì a Mank di firmare Pranzo alle otto di George Cukor, L’idolo delle folle di Sam Wood – imprescindibile per chi ama il baseball – e aveva attraversato l’era del muto scrivendo le didascalie de Gli uomini preferiscono le bionde, versione del ’28 che non fu lui a rifare nel ’53 per Howard Hawks, in versione sonora, con Marilyn Monroe oltre a Crepuscolo di gloria di Josef von Sternberg. Figura non di primissimo piano, ma conosciuto per le sue qualità e soprattutto per i suoi molti vizi, entrò in rotta di collisione con un mondo verso il quale non mostrava riverenza. Anche per questo, forse, Charles Foster Kane non ammiccava ma feriva. E tutti riconobbero l’altissima abilità di scrittura, indissolubilmente legata alle nulle attitudini diplomatiche dell’uomo e della sua opera. Mank, disponibile su Netflix e forse prossimo a qualche passaggio in sala quando i cinema riapriranno, in omaggio a eventuali candidature agli Oscar, è girato in un bianco e nero d’antan che strizza l’occhio proprio a quel Citizen Kane di cui ripercorre la genesi, riportando in primo piano figure di lunga militanza in quel di Hollywood. Politici contesi e avversati come il “bolscevico” Upton Sinclair e il suo motto Epic (End poverty in California) o produttori sfortunati come Irving Thalberg, una delle tante facce di un prisma importante come la lobby ebrea nella Mecca della Settima Arte. E il rosario di nomi da snocciolare comprende lo stesso Mankiewicz, accanto al nemico Louis Burt Mayer, di cui lo sceneggiatore disse con la consueta arguzia che “se mai dovessi finire sulla sedia elettrica vorrei che L.B mi si sedesse in grembo”. Naturalmente esistono anche sfumature di errori come il compleanno comune di Mayer e Hearst. La vita volle diversamente e il copione scivola ma non altera certo il valore di un film che affascina gli appassionati del cinema e della sua storia, magari stuzzicati per l’occasione a riguardarsi pure il capolavoro di Orson Welles.

Tuttavia, collegare Mank solo ed esclusivamente agli anni Trenta sembra perfino superficiale. Impossibile non scorgervi un seppur nascosto cordone ombelicale con la difficile situazione odierna. Allora erano gli effetti della crisi del ’29, oggi è angoscia da pandemia, però chiusure e povertà stratificate risaltano nel bianco e nero di allora come nei colori di oggi. E suonano più che mai pungenti le parole di Mayer quando azzarda: “Volete rilanciare il cinema? Proiettate i film nelle strade”. Una provocazione che, alla luce di un anno intero di insegne spente e sale deserte, diventa un monito ancor più beffardo se lo si considera lanciato dal pulpito di una delle piattaforme più amate e frequentate di streaming online. Un riferimento difficile da ignorare se accostato a un’altra frase, sempre messa in bocca al celebre e tirannico produttore della Mgm. “Mi presento davanti a voi in ginocchio. Stiamo soffrendo. Ogni americano soffre per le terribili sventure economiche del nostro Paese. Le persone comuni non possono più permettersi di andare al cinema e per questo motivo la nostra eminente macchina dei sogni è in gravi difficoltà finanziarie”. Nel 2021 Quarto potere spegnerà ottanta candeline e poco importa quante statuette si accaparrò quella sera lontana. Il tempo ha reso merito a tutti. Herman Mankiewicz è rimasto negli annali come l’unico vincitore e ciò gli consentì una frecciata avvelenata al regista suo mentore, che tentò di comprarlo con i soldi della produzione, perché ritirasse la sua firma dalla sceneggiatura e lo lasciasse brillare come l’unica stella. A distanza di molti anni la memoria lo ha immortalato come l’ideatore e il protagonista di quel capolavoro, lasciando forse un dubbio che questo film, splendido ma inevitabilmente inferiore all’originale Citizen Kane, trasferisce allo spettatore. Un  dilemma e un rebus. A chi appartiene un’opera d’arte…

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