Per essere il re non basta comportarsi da re. Devi essere il re. Senza dubbi. I dubbi creano caos.

 

La droga non è faccenda da gentiluomini e nemmeno ciò che le gravita intorno lo è. Quindi il titolo è provocatorio come il tono che scuote The gentleman di Guy Ritchie, un progetto nato a Cannes nel 2018 e in Italia approdato su Prime video ma inizialmente destinato alle sale. La storia è raccontata da una prospettiva voyeuristica, l’osservatore di turno è Fletcher (Hugh Grant, un cattivo da commedia come in Paddington 2), investigatore privato che decide di ricattare il braccio destro del re della cannabis Mickey Pearsons (Matthew McConaughey, indimenticabile protagonista di Dallas buyers club e già alle prese con gli stupefacenti in Cocaine), su ordine dell’editore del “Daily print”, snobbato dal boss a una festa. Naturalmente, nulla funziona secondo i piani perché il trafficante finisce sotto scacco di un suo pari, inquietante e senza scrupoli, che tenta di distruggergli le serre per svalutare il costo dell’operazione. Lo spione segreto continua a registrare tutto dall’obiettivo della sua macchina fotografica ma si ritrova in mano una storia scritta in chiave di copione. Perfetto per un adattamento cinematografico. Indeciso sul da farsi, tenta la nobile strada del ricatto prima di rivolgersi agli uffici della Miramax. Anche questa via però ha in serbo sorprese, perché per diventare un re occorre il riconoscimento altrui della propria autorevolezza e Pearsons come Fletcher e larga parte degli sbandati protagonisti scivolano proprio sul prestigio. Criminale, d’accordo, ma pur sempre prestigio. Fletcher viene salvato in extremis dagli uomini del coach (Colin Farrell già incontrato in The beguiled) anche lui pescato a mettere nei pasticci la persona sbagliata salvo poi asservirsi per riaggiustare i rapporti. Un destino che ha incastrato il truffaldino e smascherato acquirente di Pearsons, lo stesso reuccio della cannabis fattosi pescare in castagna dai sicari russi, l’ambizioso “Occhio asciutto” che fa cantare le pistole finché qualcuno non le fa cantare contro di lui.

Un’accozzaglia di pasticcioni, insomma. E un tono lontanissimo da un thriller serio e “cattivo”. Piuttosto, The gentlemen esibisce tinte forti e caratteri che anche nelle sequenze più violente suscitano la risata e non mai orrore. Così si giustifica l’essere catapultato sugli schermi in un periodo come quello natalizio, perché qui i morti non fanno paura e le overdose non hanno tinte drammatiche ma solo il pretesto di nuovi scontri tra altri cattivi, arraffoni, sconclusionati apprendisti di una malavita da barzelletta e parassiti di varia provenienza. Al di là di una storia che ha poco o nulla di memorabile e ancor meno di morale, colpisce il ruolo del cinema e i suoi riferimenti interni ed esterni. Il regista arruola infatti Hugh Grant, già nel cast di Operazione U.N.C.L.E., che rappresenta una citazione di se stesso, tanto che se ne intravvede il manifesto quando Fletcher entra negli studi della Miramax per offrire il copione di questa storiaccia da “gentlemen”. La casa di produzione di Weinstein, a sua volta è icona di un cinema che sciagurate circostanze hanno voluto assente dalla programmazione ma è lo studio che in quella primavera 2018 a Cannes si era assicurata i diritti della distribuzione del film. L’intero 2019 se n’è andato tra le riprese, girate per lo più a Londra, per poi approdare sugli schermi americani a gennaio, in anticipo sulla pandemia che ha sconvolto il mondo.

Un’opera al crocevia, dunque, che è costruita secondo uno schema largamente in uso nei film più recenti. La prima sequenza è un omicidio per far entrare subito lo spettatore in medias res senza tuttavia mostrare i numerosi e fondamentali dettagli necessari alla comprensione. Si intuisce il destinatario dei proiettili ma non si comprende l’epilogo di quell’agguato. La regia gioco su un equivoco dettato dall’accostamento delle immagini in un montaggio che lascia immaginare senza svelare nulla di determinante. Tanto meno i retroscena che giustificano così un racconto a ritroso monoliticamente ordinato nella prima metà di The gentlemen. Quando la narrazione arriva al punto di partenza la prima sequenza viene replicata, con l’aggiunta di quei particolari inizialmente esclusi, per poi spingersi verso il vero finale, sempre però secondo la cronaca voyeuristica di questa voce narrante che – in un incontro informale con il braccio destro del boss della cannabis – espone tutte le proprie inchieste, corredate da ampio materiale fotografico per accaparrarsi la sua fetta di torta. Trattazione in terza persona, quindi, in una successione di flashback davanti al copione poco elegantemente rilegato e buttato sul tavolo di quell’appuntamento a due. Anche le tecniche di regia sono tipiche di un certo cinema poco dotto e molto scanzonato e strizzano l’occhio al Tarantino di C’era una volta a Hollywood tra qualche sovrascritta, sangue a pioggia, tono da poliziottesco e artifici vari spolverati da Ritchie in sala di montaggio. Non chiedete altro a un’avventura da carogne sotto l’albero. Nel senso che di buoni non ce ne sono ma di incubi nemmeno.

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