L’importante è cambiare il mondo. O almeno provarci.

 

Spesso i sogni aderiscono talmente tanto al cuore e all’anima da non andarsene mai. Nè quando vengono realizzati, né dopo l’estremo tentativo di vederli compiuti. Magari invano. Giorgio era uno di quelli che ce l’avevano messa tutta. Fin da quando era ragazzo. La sua è una storia vera perché la fabbrica dei sogni – intesa stavolta come l’industria che produce film – ha prosciugato la vena creativa. Così capita sempre più spesso di attingere alla cronaca o alla storia e, in qualche caso, all’una e all’altra insieme. Come ha fatto Sidney Sibilia, il regista dell’apprezzata saga di Smetto quando voglio, che ha affondato le mani in un fatterello, annegato nelle acque dell’Adriatico in un periodo in cui ribellione e libertà andavano a braccetto. Era l’estate del Sessantotto e al largo di Rimini – a sei miglia dalla costa – un giovane ingegnere aveva costruito una piattaforma dove aveva creato lo stato indipendente dell’Isola delle Rose. Talmente indipendente che aveva adottato l’esperanto come lingua ufficiale. Batteva moneta. Stampò francobolli. Ed era diventato la chimera libertaria di una generazione che di lì a poco sarebbe scesa in piazza con molti slogan in gola. Quell’estate era ancora un passo indietro rispetto a cortei e manifestazioni e quell’impeto di pacatissima rivolta, precorritrice perfino del “Mettete fiori nei vostri cannoni” e “Fate l’amore non fate la guerra”, venne presa per quello che in tanti casi era. Una valvola di sfogo per cinque giovani – quasi sei – ognuno con un grillo diverso in testa. E tanti come loro desiderosi però solo di ballare liberamente tra musica a squarciagola e fiumi di liquore.

Giorgio Rosa (Elio Germano, recente protagonista di Volevo nascondermi e La tenerezza), il fondatore, voleva cambiare il mondo. Aveva cominciato con il televisore del papà della fidanzata. Risultato, esplose. Aveva continuato costruendo una macchina a motore per la tesi di laurea ma venne arrestato e il prototipo, perfettamente funzionante, fu sequestrato perché privo di tutto. Targa, libretto di circolazione, bollo e quant’altro. Con l’isola riuscì’ a cambiare vita per otto mesi, dal maggio 1968 al febbraio 1969. Proprio mentre sulla terraferma gli studenti stravolgevano le gerarchie inneggiando a Che Guevara. Su quel lembo di cemento di politica non ce n’era. Era libertà e assenza di regole, nel senso però più innocente e innocuo. Finì che vi approdò il compagno di studi Maurizio, dedito all’alcol e a infangare la dignità dei calabresi. Una futura ragazza madre ansiosa di fuggire dal mondo. Un disertore riciclatosi da dongiovanni. E uno spiantato. La sesta sarebbe stata quella sospirata ex fidanzata di Giorgio, docente di diritto, prossima a sposarsi a un miglior partito, al quale però poco teneva. In mezzo, sei miglia marine, ovvero lo spazio per approdare in acque internazionali, facilissimamente raggiungibili dalla costa romagnola per quel popolo del divertimento felice  di aver trovato una discoteca a cielo aperto senza controlli e rompiscatole.

Ebbene, mentre Giorgio Rosa raggiungeva Strasburgo per chiedere il riconoscimento internazionale del suo posticcio staterello, il secondo governo Leone intervenne con severità inaudita. Il ministro dell’Interno Franco Restivo (Fabrizio Bentivoglio già visto in Croce e deliziaIl testimone invisibile), deputato costituente, ordinò un intervento dell’Andrea Doria che prelevò gli occupanti e demolì con cariche di tritolo la curiosa isoletta che un effetto l’aveva avuto. Obbligò a riscrivere il diritto internazionale portando da sei a dodici le miglia di giurisdizione nazionale prima di approdare all’extraterritorialità, mentre Strasburgo si pronunciava con una sentenza ambigua che non bocciava quello staterello fantasma ma neppure lo riconosceva ufficialmente. Per di più rimase a tutt’oggi l’unica offensiva militare della repubblica italiana contro uno stato straniero. Ora L’incredibile storia dell’isola delle rose approda su Netflix nella forma di una godibilissima commedia scanzonata, che tuttavia fa luce su un episodio da molti dimenticato e da altrettanti ignorato, riproducendo ambienti, sapori e profumi delle estati riminesi di fine anni Sessanta, fulcro di mondanità e voglia di divertirsi in un’Italia in netto rilancio dopo gli anni del cosiddetto boom. Una buona copiatura di quanto accadde fino alla distruzione della piattaforma. Un compitino didascalico al quale poco chiedere se non due ore simpatiche con il cervello che si ciba di nostalgia o di distrazione.

Giorgio Rosa sarebbe poi riuscito a esercitare la sua professione e sposare la sua Gabriella, ovvero la ragazza alla quale aveva creato più problemi di quanto l’avesse aiutata. Non era strano che un lembo di terra dove non esistevano regole attirasse giovani di ogni estrazione e il concetto sembra essere ancora oggi un catalizzatore di attenzioni e suggestioni. Difficile cercare qualcosa di più di una storiella dall’alta capacità di svago anche in quelle che, in altri autori, sembrerebbero citazioni dotte. In una sequenza Giorgio va al cinema per chiedere aiuto legale alla morosa di un tempo ed entra in sala mentre è in corso la proiezione de Il pianeta delle scimmie nella sua prima edizione firmata da Franklin Schaffner, cui ne seguirono molte altre anche recentemente. Il kolossal era agli albori in quella specifica versione e solo negli anni avrebbe visto remake e sequel. I più attenti avranno notato anche le locandine di un titolo diventato un cult di quel periodo. Si tratta de La ragazza con la pistola di Mario Monicelli, che l’anno successivo sarebbe stato candidato agli Oscar nella categoria del film straniero per rappresentare l’Italia. Non vinse, penalizzato da un doppiaggio scandaloso, ma di quegli anni rimase un caposaldo della commedia italiana.

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