Mille storie e mille vite. Lampedusa non è solo un porto e nemmeno soltanto una porta d’ingresso. Assomiglia a una biblioteca di biografie di sconfitti. Denominatore comune fra chi non ce la fa e chi sopravvive – o non è mai stato in pericolo – ma nulla ha capito di ciò che accade sotto i propri occhi. Una delle più belle isole del Mediterraneo è il capolinea della conoscenza. E della salvezza. Poco comprende chi vi approda e meno ancora chi soccorre i disperati del mare. Nour di Maurizio Zaccaro racconta la vita di Pietro Bartolo, medico di quel lembo di terra italiana, chiamato a visitare i superstiti di un esodo maledetto. Protagonista è una bambina siriana di una decina d’anni che arriva in Italia dopo aver perso le tracce della mamma nel concitato imbarco. Una volta giunta sulla terraferma, non si dà pace della sua solitudine e sfrutta ogni occasione di fuga per cercare disperatamente la madre. Quando il dottore – interpretato da Sergio Castellitto –  intuisce le ragioni di quella irrequietezza, si fa egli stesso promotore di una caccia, burocratica prima ancora che fisica, della donna perduta. Talora però pure le tragedie hanno un lieto fine e quella di Nour è una di queste, perché anche tra le pieghe di un dramma talvolta si scorge la felicità di un abbraccio. La mano di un soccorritore. L’aiuto  di chi si spende per un fratello che ha perso tutto. E se intensamente disperante e quasi rabbioso appare il confronto tra il medico, l’assistente sociale e lo scafista che lucra sull’angoscia dei profughi, insensibile perfino davanti alla morte di coloro che non riescono ad attraversare il mare, il racconto cinematografico – tratto dal libro di Bartolo Lacrime di sale – congeda lo spettatore tra pietà e misericordia. Presentato al Torino film festival nell’autunno 2019, Nour che ha “assaggiato” le sale per un brevissimo periodo di soli tre giorni dal 10 al 12 agosto si è poi trasferito su Sky, da dove occasionalmente trasloca.

Oggi Bartolo, europarlamentare Pd nell’Alleanza progressista dei socialisti e dei democratici, è un uomo fuori dal tempo. E non certo per il nobilissimo intendimento di salvare vite umane, spirito peraltro intimamente connesso alla sua professione, quanto per la utopistica e chimerica visione del problema dell’immigrazione. Il film sottolinea con enfasi la necessità di prestare soccorsi ma è evidente anche il lassismo nei confronti degli scafisti che di quel traffico angosciante si disinteressano, sicuri di trovare sempre un approdo comprensivo anche nei loro confronti. È disinteresse per la sofferenza di profughi non sempre in fuga dalla guerra ma spesso alla ricerca di migliori condizioni di vita. Le stesse tuttavia presenti anche nel nostro territorio nazionale nelle troppe forme di disoccupazione che affliggono giovani e connazionali di ogni età. Nour è a metà strada tra dramma e documentarismo con una fisionomia talmente particolare da legare a doppio filo l’uno all’altro. Il problema degli sbarchi di coloro che in maggioranza sono clandestini viene economicamente, provvidenzialmente e sanitariamente snobbato da un’Europa che, troppo frequentemente, ha lasciato a carico del Belpaese il dovere di trovare una soluzione che ha un costo non trascurabile sul bilancio nazionale, spesso penalizzato per i massicci investimenti necessari alle operazioni di soccorso nel Mediterraneo.

La verità, a Lampedusa come a Rostock, purtroppo è l’umana impossibilità a salvare tutti coloro che soffrono. Benché sia meraviglioso immaginarlo. L’accoglienza indiscriminata crea soltanto nuove sacche di povertà che si allargano a dismisura e, dagli immigrati, finisce per contagiare pure gli italiani. Il film di Zaccaro si inserisce in un filone che recentemente è andato infoltendosi toccando vari generi. Dal documentario di Gianfranco Rosi FuocoammareFortuna di Germinal Roaux, che ha vinto l’Orso d’argento a Berlino, passando per lo scanzonato Easy living dei fratelli Miyakawa. Modi diversi di analizzare i problemi alle spalle di questi esodi della disperazione, che altrettanto angosciosamente lasciano a mezz’aria l’interrogativo mai direttamente affrontato. Per quanto tempo cioè si potrà continuare ad aiutare persone alle quali non si è in grado di migliorare davvero l’esistenza, rischiando di creare nuove forme di povertà, solitudine ed emarginazione. Nour ha posto l’accento su Lampedusa, porta d’ingresso italiana e continentale ma ha colpevolmente glissato sulla necessità, ormai improrogabile, di un’Unione europea più realmente sensibile che obblighi molti stati a farsi carico di una percentuale di soccorsi oggi scaricati sulle nazioni affacciate sul bacino del Mediterraneo. E sotto questo aspetto il film di Zaccaro è sorprendentemente colpevole di omissioni.

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