A volte noi adulti ne sappiamo meno dei bambini

 

Mary era la bambina più sgradevole che si fosse mai vista. E ci volle del coraggio per costruire un romanzo per l’infanzia su un personaggio del genere ma Frances Hodgson Burnett (1849-1924) ci riuscì. Anzi fu lei a definire con quelle lapidarie parole la sua piccola protagonista, nata nelle pagine di un libro nel 1911 ma già pubblicata a puntate sull’American magazine dal novembre 1910 all’agosto successivo. Poco importa, tuttavia, perché la verità è che pochi o forse nessuno ispira troppa simpatia tra le sequenze de Il giardino segreto di Marc Munden che vanta due antecedenti cinematografici, apparsi nel 1949  e  nel 1993 per le regie, rispettivamente di Fred Wilcox e Agnieszka Holland. Non è quindi una novità assoluta questa favola di Natale che approda su Prime video e si rivolge a grandi e piccini, che la piccola Mary cercherà di prendere per mano e condurre nel suo mondo fatato. Attenzione, però. Maghi e sfere di cristallo, fatine e miracoli di arte varia non rientrano negli orizzonti di questo mondo incantato. Quello della bimba è un percorso di redenzione che coinvolge tutti i disperati – a vario titolo – usciti dalle pagine della scrittrice per approdare nei fotogrammi del regista. Si noti bene che, nella fattispecie, disperati significa sfortunati a un livello tale da giungere all’estrema frontiera della tristezza. A cominciare da Mary (la quindicenne Dixie Egerickx) che rimane orfana perché il colera le porta via i genitori e finire con zio Archibald (Colin Firth, visto recentemente in 1917 e prima ancora in Mamma mia! Ci risiamo), vedovo inconsolabile barricato nel suo castello di spigolosità caratteriali con un figlio disabile che non ricorda la madre, anch’essa morta di malattia. Non meno fosca la figura della governante (Julie Walters, l’indimenticabile Miss Bird di Paddington 1 e 2), truce e severa come da copione professionale e perfino il cagnolino che rimane intrappolato in una tagliola e rischia di perdere la zampa. Nella graduatorie delle miserie umane e animali sembra salvarsi solo Dickon, il figlio della cameriera di Archibald, che vive randagio nei campi e sviluppa l’insolita capacità di comunicare con la fauna. Sorprendente e forse psichiatrico.

Mary arriva in quel tetro maniero dopo essere stata imbarcata dai soldati inglesi verso l’unico parente che le fosse rimasto dopo la morte dei genitori. Nonostante i problemi e l’essersi dichiarata riservata e tutt’altro che invadente, la ragazzina sconfina in ogni angolo della tenuta, curiosando ovunque e finisce per ricostruire la storia della famiglia che nessuno le aveva mai raccontato. Non solo. Decide di metterne a parte pure il cuginetto, da tutti in casa trattato come un malato inguaribile che lei invece si sforza di restituire a sanità. I segreti custoditi nelle stanze della zia, sorella gemella di sua madre, descrivono un’infausta vicenda di gioia in gioventù e sofferenza adulta, iniziata quando la mamma di Mary sarebbe partita per l’India a seguito del marito. A condurre la piccola al sacro graal della verità ci pensano gli animali, ancora una volta traghettatori verso un mondo superiore dove tutto è possibile. Chiamiamolo paradiso, o forse meglio un Eden in terra,  ma non a caso sarà un passerotto a far trovare alla bambina la chiave della salvezza. E sarà un cane a guidarla e a farle conoscere il male, dal quale è possibile uscire se esiste qualcuno a tendere una mano. Il riferimento è a Dickon che prova a curare la ferita della bestiola, casualmente risanata da un inatteso bagno in quel giardino, davvero segreto ma soprattutto ricco di segreti. Non occorrerà gran tempo per scoprirne i benefici effetti, cosicché Mary e quel suo casuale compagno di giochi e avventure vi portano il cugino malato, alla stregua di un pellegrinaggio miracoloso.

Quella che può apparire una chiave di lettura intrisa di religiosa provvidenza si rivela – nella fiaba e nel film – il valore dell’amore e l’anelito verso una vita dignitosa anche per un malato. E nulla diventa impossibile se si crede fermamente nell’opportunità di guarire e nella capacità di reazione di ciascun uomo. La bambina e l’animale, vero tramite verso la bontà cosmica, diventano così il percorso che porta anche l’adulto Archibald, l’unico superstite della sua età, a rendersi conto che esiste una via d’uscita dalla sventura anche quando appare irreversibile. Cinematograficamente suggestivo il montaggio del sogno e delle apparizioni incantate della madre e della sorella, giovani mamme nel giardino segreto, nascosto al di là di un cancello che si apre sulla felicità e l’assenza di dolore. Due eteree e impalpabili figure plasmate da un’immaginazione, filtrata attraverso quelle lettere e quelle carte sepolte dalla memoria nelle viscere di una casa ricca di misteri. Le sequenze delle gemelle, in un tratto di vita spensierato, si accavallano e si sovrappongono al racconto della giovane Mary ai coetanei che l’hanno seguita in quell’Eden sconosciuto. È l’attimo dove il meccanismo del miracolo sembra spiegarsi alle menti scettiche di ogni tempo. Almeno nelle favole. E a proposito di tempo, è proprio qui che si registra la sfasatura più evidente rispetto al testo letterario, ambientato in età edoardiana. La sceneggiatura trasporta l’ambientazione al 1947, nel mezzo dell’epidemia di colera, scoppiata durante la Partizione fra India e Pakistan. Un modo per avvicinare l’inquadramento storico al pubblico contemporaneo già invitato a stupirsi nel ritrovarsi di fronte una creatura insolita, lontanissima da Cenerentola, Jane Eyre o Heidi nella figura di una ragazzina tirannica, egoista e arrogante, a tratti decisamente antipatica. Perché non sempre il melenso buonismo paga. Soprattutto quando l’effimero della favola vuol diventare didattico.

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