A loro interessa solo la mia voce

 

Anni Venti di un secolo fa. Sembra oggi. Neri che scappano, bianchi che comandano. In cent’anni l’America non sembra essersi mossa di un solo passo. Ieri erano i “Roaries twenties”, ora di ruggente non c’è più nulla. O forse solo la protesta. Tuttavia echi di allora diventano un turbine in Ma Rainey’s Black Bottom, il film di George Wolfe che negli Stati Uniti ha fatto in tempo ad affacciarsi nelle sale, prima di tornare su Netflix che ora lo propone al pubblico anche in Italia. Nato sul palcoscenico come una pièce, firmata da August Wilson, il testo si è trasformato in un film ripetendo lo stesso percorso già fatto in passato per Barriere. Ma Rainey è personaggio particolare e strategico per molti versi. Alla musica arriva dopo un breve periodo nel teatro di vaudeville, presto viene folgorata dal blues e ne diventa interprete, facendo del canto la sua professione. A soli diciott’anni sposa William “Pa” Rainey, del quale assume il cognome, ma le nozze durano solo due anni e nel 1916 i due si dividono e Ma si mette in proprio con una sua compagnia, uscendo presto allo scoperto senza fare più mistero di una bisessualità, che rapidamente si dirotta verso una frontiera omosessuale da lei stessa ammessa nel testo della canzone Prove it on me blues. Insomma, donna. Gay. Nera. Tre requisiti per piacere alla Hollywood degli anni Venti del nuovo millennio e, allo stesso tempo, per diventare icona di un processo di affrancamento e di autodeterminazione che si afferma nitidamente per il carattere, tutt’altro che tenero e conciliante di quella diva del Novecento, capricciosa e arrogante ma, come poche altre, rappresentativa della difesa di un’intera razza e di una condizione precisa.

Il film di George Wolfe – regista nato e cresciuto in teatro che si è dedicato al cinema solo dal 2004 e, da allora, ha firmato due titoli oltre a un’opera destinata alla tv – è stato un po’ approssimativamente definito biografico perché in realtà inquadra un periodo molto circoscritto della vita professionale dell’artista. Nella Chicago del 1927 la cantante (interpretata da Viola Davies, già premiata con l’Oscar per Barriere ma apprezzata anche in Widows – Eredità criminalePrisoners) arriva con la sua band, rigorosamente nera e tutta al maschile, la sua fidanzata e il nipote balbuziente. A quest’ultimo pretende di far introdurre la registrazione del brano Black Bottom, scontentando il cornettista Levee (Chadwick Boseman recentemente visto in Da 5 blood di Spike Lee e uno dei protagonisti dell’universo di supereroi Marvel) che si riteneva più al passo con i ritmi in voga. In sostanza, dunque, la narrazione occupa un arco di poche ore, dall’arrivo della diva in auto all’incisione della canzone, costata evidentemente molta fatica, tante polemiche e altrettanti litigi. Tra risa, scherzi e piccole provocazioni, gli orchestrali arrivano allo scontro e ci scappa pure il morto. Tuttavia il faccia a faccia, decisamente brutale è il terreno in cui si contrappongono i neri compiacenti e condiscendenti che dialogano con i bianchi, agenti e titolari dello studio di registrazione e appunto Levee, torrentizio e ancora rancoroso nel raccontare una storia di violenze ai danni di sua madre di cui era stato testimone da bambino.

Il tema dei difficili rapporti fra le razze affiora così, mostrando i nervi scoperti e la vulnerabilità di quel famoso “passato che non passa”, evidente anche nei dialoghi affastellati e farraginosi che contraddistinguono un’opera povera di ambientazione e ricchissima di confronto dialettico. E non solo. Non è dunque un biopic ma nemmeno un film musicale. Il repertorio è limitatissimo, tanto quanto il periodo di vita di Ma Rainey che, peraltro, nei primi anni Trenta vide deteriorarsi progressivamente la sua popolarità, al punto da convincersi al ritiro dalle scene, fino a morire per un attacco cardiaco il 22 dicembre 1939 a soli 53 anni. Molto suggestiva la scenografia che ricostruisce la Chicago dell’epoca con scorci e quadri d’immagine decisamente artistici benché centellinati, cui offrono rilievo sia i finti esterni sia gli interni della cantina dove si esercita la band. Ma Rainey’s Black Bottom è in realtà un compitino ben fatto e molto educato su argomenti e tematiche di grande attualità, per ciò stesso già frequentate, in una sorta di retorica del politically correct. Il motivo dell’omosessualità della cantante, ad esempio, è accennato con una tale leggerezza e quasi fugacità da confondersi con i caratteri destinati a risaltare. Tra i tanti, quello della cantante che manovra a suo piacimento l’intero entourage, fino a licenziare quel bizzarro cornettista controcorrente perché “crea soltanto problemi”. A lui – o meglio all’attore che lo interpreta, il già citato Chadwick Boseman – è dedicato il film, in ricordo della prematura scomparsa, avvenuta nell’agosto 2020, dopo una strenua lotta contro un tumore al colon. Un consiglio. Il doppiaggio fa spavento. Nessuna voce è credibile in bocca a un nero. Il suggerimento è di vederlo in versione originale con eventuale inserimento dei sottotitoli per chi masticasse poco l’inglese.

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