James Dean non apparteneva alla stessa generazione di Montgomery Clift e Marion Brando. Aveva una decina d’anni di meno ma fu il primo ad andarsene e l’unico a diventare immediatamente un mito. Merito forse, proprio di quella morte prematura. A 24 anni. In un incidente d’auto. Simbolo di coraggio e ardimento sopra le righe assai. Eppure quel terzetto di attori era di per sé un’icona. Bellezza e rivolta al tempo stesso. In tutti e tre c’era il germe di qualcosa che avrebbe agitato la gioventù del XX secolo, sia per i ruoli interpretati sul grande schermo sia per caratteristiche personali. Se Montgomery Clift faticò a tacere la propria omosessualità, Marion Brando è passato alla storia come il dongiovanni per eccellenza, l’uomo che fa strage di cuori femminili. Ebbene James Dean sembra aver incarnato una bisessualità, perennemente respinta in secondo piano dal suo gusto per l’azzardo. L’amore per la velocità e le macchine. Un tratto comune a un suo coetaneo, anch’egli scomparso troppo presto, Steve Mc Queen. Quattro ruote che erano nel destino di Clift, vittima di un incidente stradale violentissimo, un anno dopo la morte di Jimmy Dean. Un disastro che lo sfigurò per sempre e lo fece precipitare nell’abisso della depressione dal quale l’amica di sempre Liz Taylor tentò disperatamente di sottrarlo. La sua carriera finì prematuramente e la morte sopraggiunse a soli 46 anni. Marion Brando fu invece espressione di mascolinità e di rottura di ogni regola e ogni impianto. A ben vedere, insomma, ci sono tanti punti distintivi della rivoluzione giovanile che ha attraversato il cosiddetto secolo breve.

E Goffredo Fofi, nel suo volume Il secolo dei giovani e il mito di James Dean (La nave di Teseo, pp. 94, euro 10), legge bene questo tratto che unisce icone scolpite nella memoria del cinema e non solo. Tuttavia calca la mano sulla mediocrità di titoli e personaggi che hanno orbitato intorno ai tre suddetti nomi. Non c’è un pantheon sembra dire questo saggio, che si mostra severissimo con Gioventù bruciata cui fiocca una bocciatura secca. nessuno intende riconoscere meriti a priori ma solo in considerazione di pregi concreti e l’effettiva carica rivoluzionaria che questo film manifestò appare innegabile. A cominciare da quella sequenza iniziale, girata con una tecnica di ripresa innovativa che rompe la tradizione con un manierismo consolidato fino ad allora. Siamo nel ’55 e la frontiera della nuova Hollywood deve ancora essere superata. Così dalla lettura del critico esce un quadro che penalizza tutti. Il fragile James Dean, valorizzato dal traditore Elia Kazan ne La valle dell’Eden, finisce inserito in quel terzetto criticabile per quanto espressione di una gioventù non ancora consapevole di essere protagonista, come traspare dal film di Nicholas Ray. Tuttavia, se davvero bastasse che “gli adulti fossero meno sfasciati perché i giovani fossero meno infelici” non ci sarebbe che una perfezione tale da rendere inutile un asserto altrettanto ovvio. E la violenza che scaturisce da tanti contesti al di qua e al di là di Rebel without a cause ala costante di una generazione alla quale altre ne seguono che si abbandonano questa frenesia di rottura. Una chiave prospettica, insomma che non regala dogmi ma apre le discussioni o le riflessioni di cui i nostri giorni non sono mai sazi.

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