E dov’è casa… è un posto come un altro.

 

George Clooney non è a suo agio sulla terra, ormai è molto chiaro. In Gravity di Alfonso Cuaròn era morto in un baleno. In Suburbicon aveva mostrato tutto il suo disagio e ora in The midnight sky il punto di partenza non è granché diverso. Quello di uno scienziato ormai anziano e malato, in fase terminale, in pieno 2049. Una sciagura non identificata si è abbattuta sulla terra e il pianeta è diventato totalmente inospitale. Augustine rifiuta di fuggire dalla base dove è rimasto collegato mentre gli ultimi voli riportano i superstiti nei bunker di sopravvivenza. Lui resta, vuole vivere gli ultimi giorni alle prese con una missione finale. E forse fatale. Avvertire un equipaggio di astronauti, decollati tempo prima verso la luna di Giove, dove egli stesso aveva scoperto esserci possibilità di vita per gli umani. Il compito era proprio quello di raccomandare loro di non tornare perché la terra non è più abitabile in condizioni di sicurezza fisica e salutare. Improvvisamente i membri della navicella riescono a riallacciare i contatti con lo scienziato che, in quel momento apprenderà la notizia del rientro di parte della squadra. E la sorpresa sarà più grande delle novità che hanno sconvolto il mondo. Uno scenario da apocalisse che, con tinte e colori molto diversi, aveva caratterizzato anche Monuments men, impegnato a frugare tra le dolorose pieghe dell’Olocausto. Perché sì, a George Clooney questa vita terrestre piace davvero poco.

Stavolta però gli agganci con la quotidianità appaiono sorprendentemente attuali, non tanto per l’invivibilità dell’ambiente, che appare un deserto abbandonato ma per le implicazioni alla base dell’emergenza che tutti stanno attraversando, nel periodo in cui questo film esce su Netflix. Una produzione davvero impegnativa che le esangui casse del cinema faticano a permettersi ma tutt’altro che casuale nel puntare l’indice contro quell’indecifrabile disastro che obbliga Augustine a trattenere gli astronauti in un altro punto dell’universo. Lo stesso regista e protagonista è molto severo nell’indicare le ragioni della pandemia di coronavirus che l’umanità sta combattendo. Al di là di implicazioni scientifiche ci sarebbero responsabilità dell’uomo, largamente colpevole, avrebbe recentemente dichiarato. E questo senso traspare in una delle frasi pronunciate dallo scienziato – “Non siamo stati molto bravi a mantenere la casa” –  che riflettono il pensiero del Clooney autore e attore, in queste riprese dimagrito di decine di chili per risultare più credibile come malato terminale. Il monito è preciso nell’invitare la coscienza di chiunque a comportarsi in modo più responsabile per evitare proprio l’insorgere o il peggiorare di situazioni già al limite di un’accettabile gestibilità. Una sorta di fine del mondo annunciata che sembra trovare contrappunto nell’attuale situazione ma in realtà largamente profetica se si considerano le date in cui si sono svolte le riprese, iniziate nell’autunno del 2019 e concluse a febbraio 2020, ovvero un passo prime della paralisi mondiale.

E la scelta dell’Islanda come teatro di un set complicato sembra essere stato anch’esso immaginifico nell’individuare luoghi inaccessibili e forme di isolamento che di lì a poco sarebbero diventate terribilmente familiari a ogni latitudine. Come, a tutti i conti fatti, sono soli i membri dell’equipaggio in orbita. E perfino i ricordi che si affacciano nella mente di Augustine. Riferimenti affastellati in un montaggio a tratti caotico nell’affiancamento di intere sequenze appartenenti alla vita pregressa – e giovanile – del protagonista. In un contesto di prevalente silenziosità per l’esilità dei dialoghi di una sceneggiatura che affida alle espressioni degli attori un ruolo predominante rispetto alla scrittura delle parti, il film rischia di risultare di difficile gradimento per il pubblico delle piattaforme. Un handicap che va ad aggiungersi alle cadute retoriche ormai tipiche di molti titoli di fantascienza. Non può mancare una tempesta di asteroidi e nemmeno l’immancabile passeggiata nello spazio degli astronauti, come neanche il puntuale incidente a uno di loro e la relativa corsa a ritroso verso una salvezza dapprima immediata e successivamente premessa di un ritorno verso la terra. Déjà vu dei quali obiettivamente non si sente la mancanza e tolgono pregio a un’opera derubricata al solito repertorio delle avventure spaziali, in quest’occasione tratte dal romanzo del 2016 di Lily Brooks-Dalton dal titolo Good morning midnight.

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