Un uomo entra in un negozio di dischi, l’idea di comprare un ellepì però è secondaria. E nemmeno quella di agganciare la ragazza alla cassa è quella giusta perché il giovane sta semplicemente cercando impiego. New York anni Cinquanta è molto diversa dalle crisi attuali e quello sconosciuto non solo trova il lavoro che cercava ma perfino l’amore del caschetto corvino di quella fanciulla. Sembrerà pure un sogno e in parte lo sarà ma la vita sa frantumare i sogni con la stessa disinvoltura con cui il cinema è capace di plasmarli. E allora il mistero di Sylvie’s love di Eugene Ashe, già noto per aver firmato Homecoming, è quello di comprendere il confine e cercare di intuire dove comincia la fiaba e dove invece finisce la poesia. Quello tra Sylvie (Tessa Thompson, nota al pubblico giovanile per Avengers Endgame e, ai più maturi, per Selma) e Robert (Nnamdi Asomugha, ex giocatore di football americano prestato da qualche anno al set) è un legame sofferto che nasce fra tre copertine di vinili da tre dollari in una metropoli che vive di jazz, almeno musicalmente. Lei è già fidanzata, lui non lo sa e si sbilancia. Come in ogni favoletta, la ragazza fa la gnorri. Il bacio viene derubricato a incidente di percorso ma la prima a non crederci è proprio lei e i due intensificano gli incontri pur incanalando il loro sentimento sul binario dell’impossibile, soprattutto quando Robert deve partire per Parigi dove lo attendono concerti jazz con la sua band. Si incontrano di nuovo cinque anni dopo, lui è un musicista affermato e lei una donna sposata. Non troppo felicemente, però. Ha un marito che la ama ma lei è stanca di quella vita e la passione si riaccende. È nuovamente il lavoro a ostacolarlo, però. Stavolta il suo di Sylvie. Amor non vincit proprio omnia ma ci prova, in un tiramolla tra prendersi e lasciarsi che diventa il pepe di un’avventura a metà strada fra zucchero e fiele.

Fin troppo facile capire che l’originalità dell’intuizione non è il pregio principale di un’opera che guarda direttamente a titoli come Paris blues di Martin Ritt, un film del ’61 con un giovane Paul Newman, Joanne Woodward oggi novantenne e un Sidney Poitier allora in ascesa e ora giunto alle 93 primavere. Alcune sequenze ricordano da vicino quelle atmosfere tra cuori, uniti dal jazz e divisi dalla competizione fra un nero e un bianco per la stessa damigella. E qui casca l’asino per la seconda volta. Se infatti Ritt aveva messo a fuoco il problema del razzismo, nel film di Ashe è tutto melodrammaticamente sospinto nel dimenticatoio. La cornice sociale sembra idilliaca, tutti si vogliono bene e l’inquadratura fissa è quella dell’universo nero, mai in discussione né in pericolo in una metropoli che appare comprensiva o esente dal problema. Purtroppo sappiamo che così non fu e sappiamo pure che la scena musicale di quegli anni non è stata soltanto il palcoscenico di talenti, che indubbiamente in quel periodo si sono affermati ma pure un perverso mondo in cui droga e alcol spadroneggiavano troncando carriere, mietendo incomprensioni, problemi e angosce. In Sylvie’s love – disponibile su Prime video – la tensione è soltanto quella di due ragazzi che si amano e nessun momento della loro vita sembra quello giusto per permettere loro di coronare il sogno. Quando lei – determinata e forte nel seguire le ambizioni professionali oltre a quelle sentimentali – si afferma come agente di produzione televisiva, lui attraversa la crisi discografica della Motown. Fino ai rovesci economici di un’America non sempre così florida come la si vuol dipingere.

D’altronde non si può pretendere che una favola – per di più programmata per le festività natalizie – sottolinei motivi di apprensione che non siano legati soltanto al cuore e ai suoi instancabili movimenti, non sempre in linea con i comportamenti dei rispettivi possessori. E se questo si armonizza con la dimensione poetica della fiaba, le angosce riportano drammaticamente alla realtà, pertanto i motivi che possono tendere a ricondurre la storia in un contesto credibile e plausibile finiscono come chi sotterra sotto il tappeto la polvere appena raccolta sull’intero pavimento. Occhio non vede e cuore non duole, anche se l’amore di Sylvie e Robert, di dolore, ne reca a piene mani pur dosando qualche attimo di felicità tra le lacrime di commozione. Una partitura che piace molto al regista, attento alle storie sentimentali come già aveva fatto nel 2012 con il suo film finora più noto. Certamente stavolta si è superato nelle scenografie e nelle ricostruzioni affascinanti di una Grande Mela da amare e desiderare. Nei costumi, perfetti per l’epoca, con i quali veste i suoi protagonisti. Nella fotografia che, soprattutto negli esterni, risulta un piacere per gli occhi oltre che di immensa suggestione. Nel trucco e nelle acconciature mai stonate. Nel rigore degli oggetti utilizzati per ricostruire e ricreare gli ambienti. Le vecchie radio e tv. Le automobili oggi dimenticate. I microfoni spariti. E quel pizzico di nostalgia. Insomma, buon Natale. E non si chieda di più.

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