Quello tra pittura e cinema è un matrimonio abbastanza recente se si considera i film di finzione che scelgono gli uomini illustri del pennello come protagonisti delle loro storie. È invece un rapporto decisamente storico se si considera che la prima è progenitrice della sua ultima discendente. In buona sostanza un rapporto intenso su cui fa luce Marco Senaldi nell’interessantissimo volume Van Gogh a Hollywood (Meltemi, pp. 181, 15 euro) in cui in realtà spazia incontrando una serie di figure legate al pittore fiammingo attraverso connessioni e collegamenti diversi. In una prima parte riservata al padre della “Notte stellata” si contrappongono i restanti capitoli, decisamente più concisi imperniati su Pablo Picasso, Jackson Pollock, Frida Kahlo e Andy Warhol. Personaggi in qualche modo avvicinabili o accostabili al pittore scomparso a Auvers sur Oise nel 1890. E tutti, per follia, genio innovativo delle tendenze artistiche fino ad allora in voga, gusto nella scelta dei soggetti da ritrarre sono in qualche modo riconducibili a quel capostipite ingombrante a cui il cinema ha fatto ripetutamente ricorso. Emerge così il taglio analitico che attraversa molti versanti, da un lato l’adozione di un autore entrato nel mito e nell’immaginario collettivo al quale la Settima Arte ha guardato spesso per la possibilità di investigarne i vari aspetti. Non solo la vena di pazzia, ma anche il rapporto discusso con il fratello Theo, scandagliato nel 1990 da Robert Altman fino all’ultima versione dell’artista, quale emerge attraverso il lavoro di Julian Schnabel nel recente Van Gogh sulla soglia dell’eternità in cui un espressivo Willem Dafoe è stato premiato per la sua incisiva interpretazione. In quest’ultima incursione sulla vita di Van Gogh si arriva appunto alle soglie di quel mito che al tempo stesso è una negazione di quello che in molti tratti si è portati a pensare avvicinando il binomio cinema e pittura. Ogni film è un’occhiata diversa su un lato dei vari artisti presi a soggetto.

Per questa ragione, dal libro di Senaldi, come da ogni autorevole trattazione in materia escono completamente i documentari, tutti unitariamente accomunati dall’interesse per una ricostruzione biografica e uno spessore dei vari soggetti. Van Gogh è altamente esemplificativo di questo multiforme e ampio ventaglio che tocca i rapporti con un collega – Paul Gauguin – Oltre alle considerazioni già anticipate. Si giustificano così i molti titoli su uno stesso soggetto ma si spiegano altresì le scelte di orizzontarsi anche su figure completamente diverse quali Picasso, Warhol, Pollock e la Kahlo. A ben guardare ognuno di costoro è inestricabilmente legato a Van Gogh pur essendone lontano nel tempo e sulla tavolozza. L’attenzione all’autoritratto per la messicana Frida, le difficoltà psicologiche poi tradottesi in disagi che ne hanno causato la morte (Pollock), la portata rivoluzionaria nel linguaggio e nello stile (Picasso) e perfino la riproducibilità, la commercializzazione e la popolarità (Warhol). Una lettura affascinante che spazia attraverso i generi e i titoli perché raccontare lo stesso artista non significa affatto fare lo stesso film e questo “assolve” largamente i seguaci del pittore olandese che non si sono persi la prospettiva di Schnabel, artista anch’egli o quella di Brama di vivere di Vincent Minnelli dove fu Kirk Douglas a prestare il volto a Vincent. Anche per spiegare questa multiformità di prospettive e interventi attraverso parole o immagini, il libro si apre con ua parte introduttiva di carattere più squisitamente estetico nel senso filosofico del termine, mettendo ordine tra i concetti di realtà, simbolismo, immaginario e mito.

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