Volevo nascondermi ci riprova. Il film di Giorgio Diritti è stato il grande sfortunato del 2020 con la programmazione in sala fissata per un periodo normalmente strategico ma tristemente abortita. In agenda l’uscita fissata alla fine di febbraio è stata sospesa per colpa della pandemia e, inizialmente, ha atteso la riapertura. Non è quindi approdato su piattaforme e, solo nella pausa estiva, ha ritrovato l’esordio in un periodo però purtroppo da sempre poco propizio per il cinema. L’estate. All’approssimarsi dell’autunno la nuova chiusura delle attività commerciali ha nuovamente ostacolato la proiezione. Adesso Eagle Pictures lo porta nella vetrina dell’home video in versione blu ray e dvd e merita il successo che la concomitanza di situazioni sfortunate gli hanno impedito perché questa biografia del pittore naïf Antonio Ligabue è davvero di ottimo livello. Non solo per merito della recitazione di Elio Germano che esibisce tutte le fobie e le sofferenze dell’artista con una vita travagliatissima alle spalle a causa di una situazione familiare disastrosa e disastrata ma soprattutto per la chiave di interpretazione che il regista ha scelto di dare  a questo personaggio. Una sorta di genio dall’estro contaminato da una vena di lucida follia che, per qualche verso, sembra avvicinarlo alla rappresentazione diffusamente data dal cinema a Van Gogh, forse uno dei geni del pennello al quale la Settima Arte ha riservato maggior attenzione. E quando i vari registi si sono soffermati sull’elemento biografico, la solitudine e la necessità di un legame affettivo duraturo sono sembrati il denominatore comune ai due artisti, sebbene pervenuti a risultati diversi. Vincent ha stabilito con il fratello Theo un intenso rapporto epistolare mentre per Ligabue questo è rimasto un sogno come testimoniato dallo stesso Giorgio Diritti. Tuttavia, a differenza dell’autore olandese universalmente noto, Ligabue non ha ottenuto popolarità nemmeno in Italia, derubricato a un ruolo di secondo piano che appare decisamente troppo severo per la sua statura artistica che in realtà lo colloca fra i più apprezzati autori naïf italiani.

L’edizione che arriva in commercio si arricchisce di contenuti bonus che mostrano le fasi delle riprese nella Bassa Padana in alcune sequenze che andranno poi a far parte del montaggio. Un apparato limitato rispetto ad altri titoli, forse più ricchi di extra, tuttavia appare decisamente interessante lo sforzo di mettere in rilievo le caratteristiche di un set che spesso vedeva il confronto tra il protagonista e le comparse. Il pregio di avere nella propria videoteca un’opera di questo genere va cercata quindi in altre motivazioni. Premiare un film sfortunatissimo è direttamente proporzionale all’avere sui propri scaffali un racconto per immagini su un personaggio poco rappresentato all’interno di un genere che invece ha vissuto una fortissima rivalutazione soprattutto negli ultimi anni. Sono moltissimi nella recente produzione cinematografica i titoli che riguardano pittori o artisti della tavolozza e dello scalpello. Non sempre biografie. Non solo biografie. Spesso anche nei cosiddetti biopic l’intento diventa quello di offrire un taglio di studio particolare in grado di dare una precisa interpretazione di quel determinato autore. Volevo nascondermi è insomma un’opportunità per entrare in questo segmento di argomenti su una figura lontanissima da stereotipi inflazionati. Antonio Ligabue rappresenta il sofferente che ce l’ha fatta in un contesto difficile con handicap enormi. L’arte diventa per lui il sogno di apparire degno della normalità. Il tentativo di affrancarsi dall’etichetta del “matto del villaggio” e raggiungere una dimensione di prestigio e stima che lenissero i tormenti di una patologia psichiatrica derivante da tare familiari fortemente penalizzanti.

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