Camera con vista sul suicidio. Fuori piove. Lei si è messa l’abito della festa – il matrimonio, nella fattispecie – per lanciarsi nel vuoto. Tuttavia il dramma non dev’essere poi così atroce se in fin dei conti basta un trillo al campanello per sospendere i truci propositi di una bionda in una giornata da dimenticare. In realtà, un pugno di ore da incubo. Giulio (Guido Caprino già incontrato in Fai bei sogni di Marco Bellocchio) nasconde misteri. Stella (Camilla Filippi, nel cast de La meglio gioventù) non sa a chi ha aperto la porta ma si accorge che quello sconosciuto è più in dimestichezza con la sua vita di cui non sembri esserlo lei stessa. La parolina magica è il nome dell’ex marito, Sandro (Edoardo Pesce già protagonista di Dogman), che evoca in lei turbative enormi ma pure il desiderio di rivederlo. E Giulio, che ha dato appuntamento a Sandro proprio in quella casa, diventa il grimaldello con cui Stella vuol aprire il baule del passato. È però lo stesso progetto di Giulio che finirà per far luce sui drammi psicologici e non solo di una famiglia con molte più ombre che luci. E quelle che Stella e Giulio, con intenti diversi, tentano di accendere, si riveleranno anch’esse oscure. Il braccio di ferro in cui si sfideranno a due a due i tre personaggi è un momento di confronto che si svolge sul crinale del thriller psicologico ripetutamente sconfinato in scontro fisico vero e proprio. Addentrarsi ulteriormente ne La stanza di Stefano Ludovichi significa togliere il velo a un film, disponibile su Prime video, che riserva verità inattese e cerca di attrarre il pubblico attraverso una tensione continua.

Traguardo raggiunto al prezzo – caro – di una sceneggiatura in qualche punto pasticciata e confusa. Merito o forse colpa ma comunque conseguenza di una genesi articolata che vale la pena approfondire. Il film nasce come un progetto diversissimo dall’esito poi ottenuto. Doveva essere un documentario sugli hikikkomori, ovvero i giovani segregati in casa, che rinunciano a vivere. La difficoltà di portare avanti una simile impresa e l’ambizione di giungere a qualche risultato, che sarebbe stato possibile soltanto in tempi lunghissimi senza la certezza di arrivare a scrivere una parola definitiva su questo capitolo, hanno spinto il regista a dirottarsi su un piano decisamente diverso ed è nata così quest’opera che ha il pregio di essere già pronta per il palcoscenico. Il dramma psicologico che unisce i protagonisti, l’ambiente unico in cui si svolge la narrazione, al chiuso di locali facilmente ricostruibili in teatro come lo sono stati in studio per le riprese, rendono il copione facilmente adattabile alla messinscena. Caratteristica bifronte e problematica, perché si sa che quanto avviene a sipario aperto è inguardabile in altre forme di spettacolo che non siano dal vivo, quindi al cinema. E, tutto sommato, viceversa. La stanza, insomma, ha limiti evidenti, tuttavia non risparmia incursioni in vari generi, allargandosi dal thriller all’horror, finendo per confondere – e in qualche caso disorientare – il pubblico.

I temi risultano però interessanti anche se non certo totalmente inediti. Tra questi il rapporto genitori-figli e soprattutto la prospettiva di questi ultimi costretti a “gestire” i difetti di persone ai loro occhi infallibili, in una dinamica che diventerà loro più chiara con il trascorrere della vita, quando progressivamente sarà più facile rendersi conto che ogni essere umano è soggetto all’implacabile schiavitù dell’errore. E la reclusione, come fuga da una realtà che spesso si rivela fonte di insoddisfazione e incomprensione, è una forma di castrazione che acutizza l’aggressività, nella stessa misura in cui pone una madre allo specchio con se stessa. I suoi errori. Le malvagità di cui è rimasta a sua volta vittima. In breve, le relazioni sociali di una società a tal punto complessa da condurre i suoi attori alla soglie dell’irreversibilità. E qui si torna alla scena iniziale della donna sul cornicione, in abito da sposa. Non solo. si entra nella casa come cornice di violenze, constatazione purtroppo più volte avallata dalla cronaca in una visione in cui la dimensione domestica perde quelle caratteristiche tranquillizzanti che dovrebbe avere, a vantaggio di un’inquietudine crescente di cui Giulio, Stella e Sandro diventano portatori e simboli. Un dramma tra quattro mura che è sicuramente forzato ricondurre all’isolamento e distanziamento sociale che per sempre accompagnerà il ricordo del 2020, di cui però questo film è figlio. E non a caso le riprese si sono svolte aggirando lockdown pur rispettando norme e sottoponendo i protagonisti a continui e preventivi tamponi. Fino a trovare visibilità in luoghi diversi dalle sale cinematografiche.

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