Perché non hai voluto vivere….

 

 

Non sono i cuori a stabilire quanto dura un amore. Forse, talvolta, nemmeno a dire se sia vero amore. È dunque mortale un sentimento, verrebbe da chiedersi e la risposta sarebbe affermativa dal momento che la fine scioglie tutto, anche da una prospettiva religiosa. Tuttavia, capovolgendo la domanda in una chiave diversa, se cioè una morte può soffocare un affetto, il tema è più dibattuto. L’ultimo tassello in ordine di tempo, viene da Pieces of a woman di Kornél Mundruczò, l’autore ungherese dello splendido ma drammaticissimo White god – Sinfonia per HagenUna luna chiamata Europa. Martha (Vanessa Kirby, nota al pubblico per la serie tv The crown) e Sean (Shia LaBoeuf, incontrato di recente nel suggestivo In viaggio verso un sogno) sono una coppia di Boston che si accinge a vivere la nascita della prima figlia. Il parto si svolge in casa fra qualche contrattempo e sembra concludersi felicemente ma, di lì a poco, la situazione peggiora e la piccola non ce la fa. Lentamente, quella che sembra una relazione inossidabile mostra tutte le sue crepe e la disgrazia ha un seguito in tribunale dove viene giudicata l’ostetrica, con l’accusa di essere diretta responsabile nel decesso della neonata. La trama, in estrema sintesi, potrebbe concludersi qui, un passo prima delle sequenze conclusive anche se in questo film ciò che interessa non è l’epilogo, cui lo spettatore assisterà, bensì lo studio intimistico condotto dal regista sui personaggi. In altre parole, la cifra che contraddistingue ogni lavoro di Mundruczò sia sul tema uomo-animale scandagliato nel fin troppo coinvolgente emozionalmente White god, sia in quello dell’immigrazione nel più onirico Una luna chiamata Europa.

Un cinema che pretende tanto e anche stavolta non si sottrae a questa sua peculiarità, pur restando lontanissimi gli acuti di sofferenza – almeno per chi ha un rapporto speciale con i cani – provocati in altre occasioni. Pieces of a woman costa meno perché è in linea con altri tratti simili, emersi in titoli diversi del repertorio cinematografico mondiale. In un certo senso, insomma il pubblico è più abituato. Il matrimonio sofferto, anche se in questo caso i due protagonisti non sono sposati, è moneta frequente ed elencarne i precedenti può essere noioso e in qualche caso dissonante, per la difformità di tante trame diverse su uno stesso filone.  Da Revolutionary roadHungry hearts. Da Storia di un matrimonioDopo il matrimonio sul grande schermo è sfilato uno sterminio di crisi coniugali. In questo contesto, il regista ungherese sembra porre l’accento su una chiave particolarmente introspettiva e osservare gli opposti comportamenti di Martha e Sean, forse connotativi del diverso modo – maschile e femminile – di vivere una  disgrazia, come la perdita di una figlia appena nata. E allora se lei appare inconsolabile e decisa a rompere con tutti, in nome di quella sorta di odio nei confronti del destino per averle portato via l’unica creatura che davvero voleva, lui reclama invece la Martha che conosceva. La donna che amava. La compagna con cui aveva desiderato concepire una bambina. Se Sean si concentra sull’amata, quest’ultima diventa intrattabile con lui nella stessa misura in cui si allontana dalla madre con cui mai è stata d’accordo e diventa realmente madre solo quando è chiamata a testimoniare contro l’ostetrica nel processo a lei intentato.

Il tradimento con la cugina di Martha, la “recita familiare” e il riacutizzarsi di antipatia e disprezzo da parte della “suocera” Elizabeth (Ellen Burstyn già nel cast di Interstellar) che tenta di comprarne la separazione con un cospicuo assegno in cambio di un suo perenne addio, scandiscono i motivi affluenti e collaterali di Pieces of a woman, valso a Vanessa Kirby la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile all’ultima edizione della Mostra del cinema di Venezia. Il film, disponibile su Netflix e prodotto da Martin Scorsese che si è artisticamente innamorato della sceneggiatura, è stato girato a Montreal a dicembre 2019 e gennaio 2020 e presenta due punti che meritano una specifica riflessione. La scena iniziale del parto in casa – girata sei volte, quattro il primo giorno e due il secondo – è un unico piano sequenza di quasi mezz’ora concepito e realizzato con questa tecnica impegnativa per creare una situazione immersiva, in cui lo spettatore entri totalmente nella vita familiare di questa coppia, condividendone apprensioni crescenti e attese. Paure e speranze.

Una suspence che era possibile ottenere solo al prezzo di evitare cesure o interruzioni, se veramente l’intento era quello di coinvolgere il pubblico negli stati d’animo drammatici attraversati dai due protagonisti come se fosse parte integrante di quella stessa coppia. Al contrario, la scena della cena in casa di Elizabeth assomiglia a un piano sequenza pur non essendolo e lascia alla macchina da presa il compito di seguire Martha passo passo, nel momento in cui la sua insofferenza e incapacità di tollerare il mondo in cui si trova immersa raggiunge il punto più alto. Una tensione emotiva che sembra non aver fine e appare sul punto di esplodere quando la donna entra in tribunale. La scena che segue s’ispira a un’opera fondamentale del cinema francese e ricalca la tecnica e lo studio usati da Robert Bresson nel 1962 per Processo a Giovanna d’Arco.

IL RETROSCENA – Pieces of a woman, interamente girato con un unico obiettivo – il Panavision zoom – decisamente vintage e largamente diffuso negli anni Novanta, è diretto da Kornél Mundruczò e sceneggiato dalla scrittrice Kata Weber che – oltre ad essere sua moglie – è anche autrice dei copioni dei suoi precedenti film. Per la prima volta, in questa occasione, i due hanno deciso di attingere con l’ispirazione a un fatto personale, modificandone però i tratti. Il regista ha ammesso di aver attraversato momenti gravissimi, simili a quelli vissuti da Martha e Sean, anche se fortunatamente non così tragici. Mundruczò ha parlato di una perdita, nella quale egli stesso e Kata Weber si sono trovati coinvolti e, in quel contesto, ha spiegato di essersi domandato che cosa la consorte non gli avesse detto o confidato. “Era fondamentale ripartire dal dialogo, per questo lo ho chiesto se non era possibile amplificare il tema” ha puntualizzato. E così è nato Pieces of a woman, titolo giocato su una duplice interpretazione, al crocevia tra “una donna a pezzi” e “pezzi di una donna”.

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