Quel libro, Gilles, non lo aveva nemmeno mai letto. E nemmeno poteva farlo perché scritto in una lingua a lui incomprensibile. Il farsi, ossia persiano. Eppure quel libro, a Gilles, ha salvato la vita. È bastato averlo in mano, millantare conoscenze di quell’idioma e provenienza mediorientale della Persia che fu, per essere risparmiato a una fucilazione sommaria, della quale tutti i suoi compagni di rastrellamento sono rimasti vittima. È il destino della Francia del ’42 e quell’uomo sotto falso nome viene consegnato a un ufficiale che comanda il campo di concentramento. Il caso gli è amico e l’implacabile Klaus Koch, con lui, diventa tollerante e comprensivo. Ha un sogno. Aprire un ristorante a Teheran, non appena finisce la guerra ma, per farlo, deve apprendere la lingua. Gilles – che viene scambiato per il Reza al quale il libro è dedicato – sembra la persona giusta per insegnargliela ma solo lui sa che sta tessendo un colossale imbroglio ad alto rischio. Essere smascherati significa morire. In realtà il trucco funziona e resiste perfino a inattesi rovesci di malasorte, tuttavia quello che Koch sta apprendendo non è il farsi ma una lingua totalmente inventata che nemmeno gli somiglia pallidamente. Il vocabolario, inventato da Gilles per istruire l’allievo con dieci parole al giorno, gli consente di mandare a memoria nomi e cognomi degli ebrei internati e uccisi ma presto il trucco verrà a galla. E sarà ancora tempo di punizioni…

Lezioni di persiano di Vadim Perelman racconta una storia vera alla quale è stato tolto il velo dell’oblio da Wolfgang Kohlhaase, autore del romanzo Erfindung einer Sprache che ha ispirato di riflesso anche il regista russo naturalizzato canadese. È uno dei mille risvolti di una guerra e una persecuzione che ha nascosto dietro numeri vertiginosi stranezze di ogni genere tra cui quella al centro di questo film che si è guadagnato l’orso d’argento al festival di Berlino 2020, l’ultimo prima della pandemia. La costruzione della narrazione è sferica, tecnica largamente in uso oggi, trasversalmente a molti generi. In sostanza l’incipit è il prologo dell’epilogo, in parole povere è la sequenza che introduce alle scene conclusive. Prima che ciò accada la trama fa un balzo all’indietro nel tempo e nei fatti per giustificare le tappe che hanno portato in quel punto. Solo allora lo spettatore riconoscerà i fotogrammi di apertura che, a questo punto, introducono davvero la conclusione. Nel caso specifico, questo snodo rappresentato in apertura, che corrisponde all’avvio delle sequenze finali, mostra i falò utilizzati dai tedeschi, ormai braccati prima della fine del conflitto, per dare alle fiamme gli elenchi degli ebrei uccisi nei lager, nel tentativo di cancellare con essi anche le prove del genocidio. Ancora una volta si guarda a una guerra mondiale che, a distanza di tre quarti di secolo, fornisce inestinguibili spunti di riflessione e discussione.

Nell’angusto e claustrofobico spazio del campo di concentramento si consuma un rapporto fra oppresso e oppressore nel quale le parti arrivano spesso a confondersi per sottolineare come questo schema abbia in realtà un andamento esponenziale e l’aguzzino rischi di ritrovarsi strumento e, al tempo stesso, ostaggio della crudeltà implacabile di qualcun altro. Koch che non mostra nessuna pietà e non ne avrebbe neppure per Gilles-Reza se non gli tornasse individualmente utile, pensa già a come fuggire una volta cessate le ostilità. Sembra consapevole che nessun futuro si aprirà per gli ufficiali di Hitler, al punto che eclissarsi con generalità di riserva dietro un apparente anonimato gli appaia l’unica via di uscita per costruirsi un’esistenza nuova. Implicitamente, insomma, vengono fissati tutti i presupposti di una sconfitta annunciata e temuta. Il rischio di un buon film è quello di finire derubricato all’aneddotica che ha affiancato gli eventi storici di quella parte centrale del Novecento, ovvero ridimensionato in uno spazio che non appartiene più alla Storia con la esse maiuscola ma a una cronaca a metà strada fra curiosità e intrigo. E questo sarebbe un peccato perché Lezioni di persiano permette di ricostruire un’epoca storica e il particolare ruolo di chi ha collaborato con i nazisti invasori in Francia. Una connivenza che nel caso di Gilles è l’inganno, unico stratagemma possibile per salvare la propria vita e un futuro che appare lontanissimo dal buio dominante delle scene e delle camerate dei reclusi. Dal grigiore di una regione alla quale non sembra esista scampo. Da una cupezza diffusa che avvolge le piccole invidie della segretaria, sollevata dall’incarico di redigere gli elenchi dei prigionieri, consegnato a Gilles. Da una fuga che appare impossibile perfino negli esigui tentativi dei personaggi. La scenografia riproduce nel dettaglio l’angoscia di una partita a scacchi tra Gilles e Koch dove è in palio la vita.

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