You don’t have a job, negro…

 

A metà strada fra realtà e immaginazione. Raccontando i sogni mentre si guarda il presente. Quattro giovani pieni di speranze, in parte tradite e in parte realizzate. Come sempre. Storia di una notte fatta di parole. Scura come la pelle di quattro simboli diversi di quegli anni Sessanta appena cominciati e, per alcuni di loro, quasi finiti. Stelle cadenti e luminose della politica, Malcolm X. O dello sport, Cassius Clay e Jim Brown. E della musica, Sam Cooke. Quattro volti e un denominatore comune. Neri. In anni in cui esserlo puzzava di discriminazione. Cinquant’anni dopo e dintorni, non molto sembra cambiato. Nelle strade si muore ancora per un respiro soffocato. Un ginocchio assassino. Un abuso di potere. Un dolore inutile gettato in pasto alle belve del nulla. Cinquant’anni dopo e dintorni, di quei quattro ne è rimasto solo uno. Due se li sono portati via pallottole e misteri, uno se lo è mangiato il parkinson. Brown, che smise a suo tempo la carriera nel football americano per seguire quella del cinema, da ottuagenario è diventato un ex attore. Ma quella sera. Era il 25 febbraio del ’64 e Clay era il nuovo re dei pesi medi. Aveva tolto la cintura-corona a Sonny Liston in un combattimento che sembrò un braccio di ferro tra un giovane spavaldo perbene e la delinquenza organizzata. Perché Liston, nero pure lui, a tirare di boxe aveva imparato in prigione, dove scontava una pena per rapina a mano armata. E, una volta uscito, da fuoriclasse del ring si era messo in mano a un procuratore che aveva fatto strada come sicario di mafia. Il killer più amato dalla famiglia Lucchese che intorno al pugilato tesseva fiorenti affari. Ma quella sera subirono un colpo e un tracollo. One night in Miami di Regina King, Oscar come miglior attrice non protagonista in Se la strada potesse parlare di Barry Jenkins, attraversa i discorsi e le attese.

Storia di un futuro che si stava facendo presente e sapeva di protesta e reazione. Non è un caso se, proprio pochi giorni dopo, il pugile in ascesa avrebbe annunciato di voler abbracciare l’Islam. E si sarebbe chiamato Cassius X seguendo le orme di Malcolm. Appunto X. Un colpo di spugna con il passato, sintetizzato da quella frase scagliata come una freccia. “Cassius Clay è un nome da schiavo” e in effetti era così che allora un ragazzo della Louisiana intendeva la svolta. Cambiare religione e generalità che divennero Mohammed Alì. Dimenticare l’anagrafe con cui giocavano i bianchi. La svolta totale. Una sorta di nuova nascita che nel film si mescola a vecchi simboli di morte. La Ferrari rossa di Sam Cooke. Un segno di benessere e celebrità finalmente raggiunta. L’auto con la quale tornò al motel la sera che venne ucciso. Gia, ma come venne assassinato… L’inchiesta si concluse con una colpevole non colpevole, la direttrice dell’Hacienda, l’hotel dove rientrò con l’ultima conquista di quella notte. Bertha Franklin disse di essersi ritrovata il cantante ubriaco che l’aggrediva e di essersi difesa. Al funerale, Clay-Alì – un anno dopo quella notte a Miami – disse che se fosse morto un bianco ci sarebbe stato un omicida in cella, lasciando capire che in fondo, allora, black lives don’t matter. E le vite dei neri non valevano come altre.

Il film di Regina King, nato da una pièce teatrale, insiste su questo tema che i decenni sembrano aver lasciato inalterato. “Non c’è più spazio per nessuno per stare sulla difensiva perché i neri stanno morendo” dice Malcolm X e la regista sembra sposare una tesi che da quel lontano 1964 si aggancia al 2021 come un soffio. Un attimo. Un baleno. I sogni di libertà e l’eco di Bob Dylan che affiora tra i fotogrammi e le parole del leader dei diritti civili. “Quante strade deve percorrere un oppresso prima che sia riconosciuto come essere umano”. One night in Miami, girato a New Orleans e non in Florida, è molto verboso e dialogato. Sceneggiatura costruita ma poverissima di spettacolo, se non fosse per i pochi incisi in cui Sam Cooke si esibisce, in qualche caso con difficoltà per i disagi, forse non sempre casuali, che capitano – guardacaso – sulla testa di un nero in cerca di miglior sorte. O per i filmati in cui Clay combatte contro il rivale sul ring. Pugni che sembrano voler demolire l’essere bianchi anche se nella realtà Liston era nero. Licenza poco poetica ma il fine giustifica i mezzi anche in un’opera destinata al cinema che trova il suo sbocco su Prime video. Un film “politico”, insomma, che si mette in scia di una corrente generale e generalizzata, con un attrito e una sensibilizzazione che in America è sicuramente più marcata che altrove. Il suo limite sta forse proprio in questo ancoraggio fortissimo all’interminabile battaglia per l’uguaglianza dei diritti interrazziali, fortunatamente non troppo acuta e soltanto episodica al di fuori degli States.

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