Terra di fantatutto. Non solo fantascienza o fantapolitica ma anche fantastoria e fantabattaglie. Nel 2036, che non sembra più neanche così lontano, ci sono ancora ampie tracce di vecchio e – benché sarà passato mezzo secolo – la guerra fredda è sempre la stessa. Stati Uniti da una parte e disunione non più sovietica dall’altra si sfidano sulla pelle dell’umanità, sulla soglia di quel confine idealizzato che corrisponde all’Ucraina. Lì finisce il mondo russo e comincia quello degli altri. Lì si combatte perché i signori del conflitto parlano slavo e Viktor Koval, una sorta di Bin Laden di turno che scrive e legge in cirillico ma nessuno sa dove trovarlo, pilota il popolo dei distruttori assoldando infiltrati che il laboratorio ha creato con aspetto afroamericano, quindi perfetti per confondere le carte in tavola. Infatti a cascarci è il colonnello Thomas Harp, un tale che per abuso di potere è finito in punizione nelle mani di Leo. Il ragazzo è rassegnato al solito castigo dietro la lavagna prima di tornare al comando delle operazioni ma quando capisce che il gioco si fa duro, i duri devono cominciare a giocare. E non si sottrae. La missione è criptica. Leo (il supereroe Marvel Anthony Mackie con  Avengers, Captain America e Ant man in curriculum) sembra il buono che non è ma Harp impiega tempo a scoprire che anche lui ha un prezzo. O meglio, è il burattino di qualcun altro. In questo caso il perfido Koval, pescato da Leo con la facilità di un’educanda che bussa al collegio delle suore. Paradossale. Ebbene. Ebbene la missione di Harp è salvare l’umanità dalla solita, ahimè, esplosione nucleare di cui la primula rossa è la mente e il nero è il braccio. Outside the wire di Mikael Håfström (cui si deve il discusso Escape plan) è sci-fi e non solo ma non molto di più.

Avventura. Azione. Scontri, a dir poco armati. Una sola piccola novità a disorientare le prospettive del pubblico, riconoscere i figli del laboratorio e i robot tra i combattenti. Se però individuare le macchine appare decisamente facile, la regia non lascia il velo neppure agli infiltrati e il compito dello spettatore è ancora più distaccato. Ma tant’è, ci sono già sibili ed esplosioni a tenere sollevate le palpebre. La guerra è anche questo e la suspense ha le sue regole. Il resto è un’accademia di spunti già visti e cavalli di battaglia che di chilometri ne hanno macinati parecchi. Gli androidi sotto mentite spoglie non sono – nemmeno loro – una rarità. Si pensi a Gemini man che faceva largo uso della tipologia, adulterando perfino i rapporti padre-figlio. Terra bruciata tutt’attorno che ricorda vagamente le Macchine mortali e azzarda una frontiera che sarà probabilmente oltrepassata nel tempo. Soldati sempre più meccanici in qualche caso radio comandati. L’auspicio non è di vederli in azione nella realtà ma la certezza di ritrovarseli davanti ancora nel cinema che verrà. Netflix non fa da apripista però si inserisce in una tradizione ancora giovane sulla quale – c’è da giurarci – qualcuno è già pronto ad inserirsi. Due ore scarse ad alta tensione con il pregio di non far scemare l’attenzione rischiano di non essere sufficienti a lasciare tracce indelebili del film nella memoria di chi guarda.

Nelle corde di Håfström c’è un genere che tende a risultare ripetitivo e poco sorprendente né intervengono novità tecniche a impreziosirne il valore. Non sfugga tuttavia quel che la trama non dice. I protagonisti sono combattenti per lo più neri che salvano ostaggi, regolarmente bianchi, paurosi e annichiliti dalle bombe che fischiano loro attorno. Se non sono oppressi sono però taglieggiatori che barattano quanto possibile per soddisfare la loro indigenza disperata. Insomma, black lives matter anche troppo e visi pallidi inutili e smidollati, fatta salva l’unica eccezione di Koval che è il peggiore di tutti e pilota direttamente morte e distruzione planetarie. Non c’è razzismo al contrario ma è tutto sicuramente in linea con i nuovi dettami della Hollywood che conta, sicuramente blandita anche dalla donna militare che non combatte in prima linea ma muove le leve dei droni con i quali vengono neutralizzati i pericoli nemici. Poi per fortuna viene in mente che è tutto un gioco. Anche aver deciso di guardare Outside the wire.

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