Vincent é il solito spavaldo, un po’ arrivista un po’ bravo ragazzo che non dà retta a quelle voci cattive su zio Michael. Non può aver fatto uccidere il fratello, ovvero suo padre. Non può. Lui non ci crede. E ne convince anche Mary, la cugina con la quale se la intende, neanche troppo sotto copertura. Vincent è sempre il solito. Appena vede quel bulletto elegante di Joey Zasa, gli monta il sangue agli occhi. Perde le staffe. Si risveglia come papà Sonny, uno che per il sottile non è mai andato. Perché Joey sarà pure il gangster più trendy di tutta la Grande Mela ma non ha perso quel piglio arrogante con cui non vede l’ora di soggiogare la New York che conta. Ovvero, quella del crimine. E la processione nel giorno di San Gennaro continua a non portargli fortuna.

Succedere a zio Michael non è impresa da poco. E non tutti ci possono riuscire. Zasa ci prova con le armi, Vincent deve lasciarci il cuore. Il prezzo è sempre quello. Carissimo. Abbandonare la cuginetta. Mary insomma non deve essere il porto dei suoi sentimenti. Parola di padrino. E Vincent accetta, oggi come trent’anni fa. La piccola resterà quella che è sempre stata, ma non la fidanzata. Finché sullo scalone del teatro Massimo di Palermo un sicario, spuntato dall’omertà e dal nulla, sbaglierà mira. E lui, il Mancini diventato don Vincent Corleone, replicherà con l’unica lingua che conosce. Pallottola a pallottola. Centrata.

Tutto uguale a quel 1990, insomma. Perfino le fisionomie che non tradiscono quei tre decenni in più da allora a oggi. Eppure tutto quasi. Uguale. Cambiano l’inizio e la fine. È diverso il titolo, Il padrino III Coda in versione home video. Il padrino III Epilogo in streaming. A venderlo è Chili per un pugno di monetine. Tre euro, neanche. Già, perché la versione restaurata e rimasterizzata dell’ultima puntata della trilogia doveva arrivare nei negozi a dicembre ma Universal ha avuto difficoltà. E nella corsa al regalo della pandemia, di padrini non ce n’era ombra. E dire che con quel sottotitolo – La morte di Michael Corleone – comune a entrambe le versioni, non ci sarebbe stato appassionato in grado di resistergli. Per di più nella suggestione del trentennale.

Interno giorno: immagini dalla casa sul lago di Corleone. Voice over di Michael che racconta lusinghe e invita a party di onorificenze. Nel millennio passato cominciava così. Oggi don Michael sta invece trattando con l’arcivescovo Gilday un prestito alla Banca Vaticana, in cambio di una massiccia quota di partecipazione nell’Immobiliare. L’operazione va in porto e la saldatura tra le due edizioni si compie nel nome del boss, dedito a far del bene e a incaricare la figlia Mary di quel ruolo di ambasciatrice filantropica, con cui la famiglia mafiosa cerca di ricostruirsi una verginità ora che il Vecchio è ormai in preda al diabete e in cerca di un delfino. Anthony preferisce il belcanto lirico al bel canto delle rivoltelle e l’investitura va a Vincent che sacrifica il cuore al «baciamo le mani».

Mary, alias Sofia Coppola, figlioletta del regista, è la stessa che in quel Natale del ’90 si prese gli strali della critica che l’avevano fatta a pezzi come attrice. Aveva vent’anni e cercò di soccorrere papino che aveva incassato il no di Madonna e Julia Roberts, prima di avere la firma di Winona Ryder che, per bocca dell’allora fidanzato Johnny Depp, mandò a dire «sorry, troppi impegni». E dopo due giorni sul set mollò la presa. «Colpirono Sofia con il proiettile che era destinato a me» commentò Francis Ford, forse prendendo spunto proprio da quella scena in cui Mary veniva uccisa al posto di Michael.

La scommessa del Padrino parte III la vinse comunque il regista. A differenza dei primi due che incassarono un miliardo di dollari e nove Oscar, l’ultima puntata si mise in tasca 136 milioni e sette nomination. Nessun trionfo, verrebbe da dire. Però pensando che il film ne era costati pressappoco 54, il guadagno c’è stato eccome. Ma restava quell’attacco decisamente retorico e ripiegato su se stesso. Il suo passato. L’eco dei padrini che furono. E un finale che ancora oggi, a distanza di tanto tempo, non convinceva del tutto.

Mario Puzo, scrittore e sceneggiatore, se n’era andato nel ’99 e rimetterci le mani sembrava un tradimento. Così Coppola ha tirato fuori il mestieraccio. E in sala di montaggio ha fatto taglia e cuci sforbiciando 13 minuti e cambiando i connotati a 363 inquadrature per velocizzare la trama e renderla più agile. Restano i riferimenti a Giulio Andreotti nella figura del politico Licio Lucchesi, Roberto Calvi in quella di Frederick Keinszig, Albino Luciani nel cardinale Lamberto poi Giovanni Paolo I. E qualche truffa sparsa qua e là. Una la riveliamo subito e sta nella cronologia. I fatti sono collocati nel ’79, anno in cui Paolo VI era già morto da un anno come il suo successore, mentre Calvi era ancora vivo e si sarebbe ucciso nell’82. L’altra è… suspense. Basti una frase del regista. «Quando i siciliani augurano “cent’anni” è auspicio di lunga vita… E i siciliani non dimenticano». Lui, Coppola, però è lucano.

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