Quando impari a riconoscere ciò che è bello in questo mondo, smetti di essere uno schiavo.

Il riscatto del misero non sempre è materia da psicologi. Confina e sconfina, spesso, con varie attività. Si veste di analisi sociologiche. Geopolitiche. Economiche. Ha riflessi letterari. Storie da raccontare in una sera di lacrime. E puzza di vendette colorate. Balram (Adarsh Gourav) è un pezzente nato e vissuto in uno slumdog, bassifondi che di più bassi e fondi c’è  solo l’abisso. Della disperazione, però. Dignitosa ma pur sempre disperazione. Il mondo che vedono i suoi occhi filtra attraverso i vetri dell’unica auto che arriva nel suo villaggio, dalla quale scendono gli sfruttatori. Padre, figlio e il solito scagnozzo. Come se ci fosse motivo di menar le mani. Razziano gli spiccioli dei contadini che in India sono tanti. E proprio i numeri giustificano la loro villa e i servitori. Balram non ci sta a mangiare la polvere. Vuole riscattare la famiglia e restituire dignità all’anziana nonna, in quella matriarcale angoscia rurale ai confini delle metropoli. Prende il coraggio e, dopo aver salutato tutti, approda proprio sull’uscio dei “maledetti” che tirano il collo alla sua gente. Diventandone l’autista scopre i meccanismi del sopruso, la sindrome di Stoccolma che lo lega ai suoi profittatori finché un incidente, di cui non è Balram il responsabile, gli viene addebitato per evitare guai peggiori alla moglie del rampollo bene. Un schiavo serve anche a questo ma l’occasione servirà a squarciare il velo sui rapporti sociali, economici e psicologici di quell’India a due facce, dilaniata fra il galoppo sfrenato e inarrestabile verso il progresso e la povertà contadina impastata con il fango delle baracche.

La tigre bianca del regista americano di origini iraniane Ramin Bahrani, non è un film di Bollywood. Niente balletti, lustrini e paillettes ma tanto dramma che cola lungo un racconto in prima persona. La voice over del protagonista narra quello che viene mostrato iniziando, come ormai consuetudine nelle tecniche cinematografiche più utilizzate, dal punto di svolta. Ovvero lo spartiacque di un’esistenza – quella di Balram – che conserva un prima e un dopo, inestricabilmente legati, ma disgiunti nel meccanismo della narrazione che suddivide il Balram ragazzo che aspira a riscattarsi dalla povertà al Balram uomo che ha ormai dinanzi agli occhi la realizzazione di se stesso. L’edulcorato mondo del padrone buono che fa il bene del suo servitore viene polverizzato da un realtà fatta di corruzione e soprusi. Latrocini e truffe. Il buon selvaggio rousseauiano, in buona sostanza, è inevitabilmente e totalmente attratto e risucchiato dal mondo che aveva spiato e osservato con lo sguardo desideroso di chi crede che esista una ricompensa alla buona volontà e alla disponibilità dell’accondiscendenza. Assiste invece alla subalternità che collega il dominato al dominatore, trasformando quella sorta di venerazione che unisce la vittima al suo torturatore – morale o fisico poco importa – in un ribaltamento di piani in cui stavolta è lui stesso a cercare di guidare il gioco. Secondo la tradizione, la tigre bianca è l’esemplare che nasce una volta in ogni generazione. Equazione del traslato. Uno su mille ce la fa.

Tuttavia La tigre bianca è anche il titolo di un romanzo di Aravind Adiga, scrittore e giornalista indiano del “Financial times” e del “Time”, che racconta la storia di Balram, il ragazzo che voleva riscattarsi dagli slumdog ed è diventato un pregiudicato. Alle origini del film di Bahrani c’è il libro di Adiga che racconta una vicenda di fantasia verosimile. E scava dietro le quinte di un’India che, a sua volta, si accomoda idealmente sul lettino dello psicanalista, con tutte le sue distinzioni e complessità ma anche con i suoi tratti comuni di un immaginario ideologico e collettivo cui fa ripetuti riferimenti la voce del narratore fuori campo. Ossia il protagonista che spiega allo spettatore la svolgersi della propria vita. Una riflessione a tutto campo che abbraccia i diversi stadi della sua crescita e si passa dall’interrogativo “Che cos’è mai un servitore senza padrone” al suo capovolgimento psicologico “Dietro una maschera di amore noi odiamo i nostri padroni. O forse, dietro una maschera di odio, li amiamo”. Il rapporto si ribalta. L’impossibilità di fare a meno dell’altro, pena la scomparsa e la cancellazione di se stessi, che lega quindi la sussistenza all’esistenza di una controparte irrinunciabile, mette per la prima volta in evidenza il rancore contro la tracotanza, come non era apparso neppure nei momenti dello sfruttamento. Ed è in quel preciso discrimine che il piccolo Balram diventa uomo ed è chiamato a scegliere che cosa vuole diventare. E soprattutto quali patti e compromessi è disposto ad accettare. In ballo non c’è autostima ma etica. Sul banco degli imputati rischia di sedersi l’innocente dello slumdog. Uno che deve scegliere tra le uniche due caste indiane. Quelli che mangiano e quelli che sono mangiati. E spesso i primi si cibano dei secondi.

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