Le parla, vero… Il passato, intendo dire.

 

A Edith, il passato parlava davvero. Donna nostalgica e triste, segnata dalle malattie altrui e proprie, con un figlio destinato a soffrire, la vedova Pretty (Carey Mulligan, già incontrata in Suffragette e Il grande Gatsby) aveva un sospetto ben fondato. Nei terreni di sua proprietà si nascondeva un tesoro. Soltanto così si spiegavano quei tumuli altrimenti indecifrabili, che sorgevano in una pianura disseminata di quelle apparentemente insulse collinette. Con questo scopo assolda Basil Brown (Ralph Fiennes ex protagonista di Gran Budapest hotel e Ave Cesare!) che, con solerzia artigianale ma molta cura e perizia, inizia gli scavi. Quando spunta una nave anglosassone dal terreno, scoppia la guerra. Non tanto il secondo conflitto mondiale che pure, di lì a poco, prenderà piede, quanto le schermaglie per accaparrarsi le storiche reliquie. Scontro tra istituzioni – il British museum sfida le sale espositive di Ipswich – ma anche tra archeologi. Allo smacco di Brown nei confronti di molti spocchiosi colleghi verrà resa giustizia solo in tempi recenti perché, nei successivi decenni, venne oscurato il nome del reale scopritore, che la vedova Pretty difese a spada tratta dai numerosi invidiosi detrattori. La nave sepolta di Simon Stone racconta la genesi di un ritrovamento scientifico realmente accaduto nelle campagne di Sutton Hoo vicino Woodbridge, ispirandosi al romanzo The dig di John Preston.

L’intento è tutt’altro che semplicemente documentaristico e l’interpretazione della trama si sposta su un piano decisamente più introspettivo. Tra le caratteristiche più marcate spunta proprio la corrispondenza fra lo scandagliare sotterraneo in cerca delle vestigia del passato, in parallelo con una simile operazione condotta sotto l’aspetto psicologico nelle vite dei personaggi. Il meccanismo permette al regista di far luce così sulla figura di Edith Pretty, una donna al quale il destino diede in sorte un continuo confronto con la malattia. Quella del padre che assistette fino alla morte. Quella del marito, ucciso dal cancro ancor giovane. La propria, sopraggiunta per un infarto, secondario a un quadro complesso, avvenuta nel 1942, tre anni dopo la scoperta della nave. Un eguale condanna a scomparsa prematura che avrebbe colpito anche il figlio Robert, pure lui vittima del cancro nel 1987. Il contraccambio di tanti dolori fu proprio la nascita del piccolo Robert, avvenuta in un periodo decisamente tardo per una donna di 47 anni. Tuttavia il film non “scava” solo nella vita romanzesca degli amori della protagonista ma porta alla luce la figura di Basil Brown, a lungo rimasto ingiustamente nell’oblio, per colpa delle invidie e dell’arroganza che lo circondarono nelle figure dei suoi colleghi. Un retroterra che si completa con gli intrallazzi intimi all’interno della squadra che prese parte a quegli scavi. Un lavorio che gli scopi cinematografici hanno facilitato, mescolando il lato sentimentale a quello storico e, ovviamente, a quello affaristico.

Gli ingredienti per allestire una storia capace di catturare l’attenzione di diverse tipologie di pubblico è quindi raggiunta e, a dimostrare quest’obiettivo, si aggiunge la tecnica narrativa che non ha alcunché di particolare ma segue un susseguirsi di accadimenti legati alla successione degli eventi fino a una conclusione in rima con il conflitto in arrivo. Solo nel dopoguerra il relitto anglosassone sarebbe stato portato al British museum, cui la vedova Pretty aveva deciso di donarlo, non prima di una citazione in tribunale dove il giudice venne chiamato a pronunciarsi in merito all’appartenenza di quel tesoro storico. Una volta riconosciuta la proprietà della vedova Pretty, è poi approdato per donazione alle sale in cui i visitatori avrebbero potuto ammirarlo gratuitamente. Nel frammezzo tuttavia la donna morì e gli eredi si limitarono a rispettare e ratificare la sua volontà. Proprio il tempo rappresenta l’altro tema costituente del film. E non solo lega la passione di Edith per l’archeologia, comune a Brown perché entrambi ammettono di aver iniziato a scavare fin da bambini, appena furono in grado di tenere in mano una pala. L’ossessione per il trascorrere degli anni e il valore della storia riemerge continuamente nei dialoghi che a più riprese tentano di chiarire l’importanza di lasciare alla posterità un segno delle civiltà che furono. Ieri, oggi e domani, insomma. Fino a toccare la paura della morte, fortemente sentita dalla signora Pretty. “Dal momento dell’impronta dell’uomo in una grotta  facciamo parte di qualcosa che continua. Per questo non moriamo davvero”, la tranquillizza Brown. Ancora una volta si ritorna sull’importanza della memoria che sembra allacciarsi a qualcosa di più generico e generale che avrebbe interessato lo stesso Brown. Penalizzato suo malgrado, prima di una dovuta ma tardiva riabilitazione.

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