Se sai che qualcuno ti sta vicino e ti ama, va a finire che non ci pensi più. Solo se stai per perdere una persona le presti attenzione.

 

E sul lettino finirono lui e lei. Psicoterapia di coppia dopo una serata sugli altari. Un successo che sbiadisce lentamente tra le mura di casa, in un’alcova che prende sempre più i contorni di una seduta psicanalitica in cui però lo psicanalista non c’è. E allora è crisi. Ed esplode improvvisa tra mura intime dove, in definitiva, ogni confronto dovrebbe essere scomposto e ricomposto. Malcolm (John David Washington di BlackKklansman e Tenet) è un regista agli esordi che viene osannato dalla critica, in occasione del suo debutto dietro la macchina da presa mentre la sua compagna, Marie (Zendaya già apparsa in Spiderman: Homecoming), è anche la sua musa. Una vita da sbandata. Il tunnel della droga. La riabilitazione. Un percorso di molti ma per Malcolm Elliott tutto questo è una sceneggiatura da film. E tocca il successo. Ma chi si nasconde dietro Inami… Marie vi si specchia e si riconosce, Malcolm si difende dicendo di non aver saccheggiato il suo passato ma di essersi lasciato sedurre dal ricordo di molte ex. Un mosaico in cui entra anche lei. Non solo lei. È guerra aperta e senza sconti. Volano schiaffi – rigorosamente metaforici, sia chiaro – dall’una e l’altra parte. Tracce di tradimenti e verità gettate in faccia senza ritegno, in una sfida all’arma bianca a sostegno di un amore, che nei momenti di pausa emerge e in realtà anima la virulenza di una coppia tutt’altro che rassegnata alla fine. Attacca per non lasciare coni d’ombra, destinati a diventare trappole letali per la sopravvivenza di un legame.

Malcolm & Marie di Sam Levinson è la strenua difesa di una roccaforte che custodisce un rapporto deciso a non soccombere. A superare un grazie mancato, in nome di tutti i grazie che andrebbero indirizzati alla persona con cui si condividono notti e giorni. Struggente ed emozionante, a questo proposito, è l’elenco di Marie che suggerisce al compagno le ragioni di quella gratitudine soffocata. Poesia svenduta alla fiera delle vanità. Onore calpestato che alza la cresta davanti all’onore celebrato. Il film è anche la contrapposizione di chi si ciba del proprio ego e chi cucina una pastasciutta per due, sapendo di essere stata dimenticata. Trascurata. Ignorata. E la parola finale viene forse in uno scambio di battute in cui Marie domanda a Malcolm: “Credi che il film sarebbe ugualmente eccellente se non stessimo insieme…”. E alla risposta negativa di lui arriva il colpo del ko. “Ecco, vorrei che tu lo avessi detto stasera”. In un attimo si dissolvono le ombre delle fidanzate che furono. Gli amori rubati in una vasca da bagno. I primi baci indimenticabili e indimenticati anche dal più arrogante ed egocentrico degli uomini. Malcolm non tocca il cielo con un dito. Lo prende e lo usa come uno zerbino. È l’omuncolo onnipotente che ce l’ha fatta. Ha dimostrato il suo valore. Ha il mondo ai suoi piedi ma trema per  una recensione temuta.

 

 

Malcolm & Marie è un’overdose. Ma solo di parole. Il talamo si trasforma in uno sfogatoio in cui graffi verbali accompagnano gesti vigliacchi di ieri  e ottuse dimenticanze di una sera da buttare. Però è cinema. E lo è anche se sarà Netflix a diffonderlo. Girato su pellicola Kodak Double X, in un bianco e nero dai morbidissimi toni che drammatizzano lo scontro e riportano lo spettatore indietro nel tempo, il film ricrea atmosfere anni Cinquanta e Sessanta. La scena del letto matrimoniale, ad esempio, ricorda da vicino La gatta sul tetto che scotta (1958) dove la mamma di Paul Newman spiega alla nuora Liz Taylor che è proprio l’alcova il luogo idoneo per risolvere i problemi di una coppia. Tuttavia, se questo è solo un lampo sul passato, tutte e due le ore sono uno sguardo autoreferenziale alla settima arte con citazioni a piene mani da risultare impossibile elencarle. Su tutti – da Ben Hecht a David O. Selznick, da William Wyler a Gillo Pontecorvo – Malcolm sputa veleno, coinvolgendo nell’arrogante filippica autocelebrativa perfino i critici cinematografici che avrebbero tutte le ragioni di adire le vie legali anche se nessuno lo farà. In fondo è finzione. E signora finzione , nata nei mesi del lockdown. Il regista Sam Levinson, figlio del “mito” Barry, maestro di capolavori indimenticabili come Good morning VietnamRain man, ha girato tra aprile e settembre in California facendo largo ricorso a piani sequenza attenuati e discreti, movimenti di macchina che seguono anche da lontano i litigiosi personaggi. Una casa. Due fidanzati. Fuori il virus. Dentro quelle mura di vetro, Zendaya firmata Gucci in un abito dal sapore di metà Novecento, reso celebre da Vogue  Australia.

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